Note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov
Jean-Marie Leclair (1697-1764)
Sonata per due violini op. 3 n. 5 in mi minore
I. Allegro
II. Gavotta
III. Allegro
Jean-Marie Leclair è stato una delle figure musicali più singolari di un’epoca ricca di personalità. Nato a Lione, in Francia, da una famiglia di musicisti e artisti, iniziò la carriera come ballerino all’Opera di Lione, dove sposò una collega della compagnia. Viaggiò molto, lavorando in tutta l’Europa occidentale, e divenne famoso come violinista e compositore. Alla morte della prima moglie, sposò una abile artigiana che curò la pubblicazione di tutta la sua musica dopo l’Op. 1; la coppia si separò intorno al 1758. Sei anni dopo Leclair fu tragicamente accoltellato a morte rientrando a casa a tarda notte: il sensazionale crimine fu indagato a fondo, con prove che implicavano chiaramente un nipote (anch’egli violinista) da cui era stato a lungo allontanato, ma nessuno fu mai incriminato.
Leclair compose un consistente corpus di musica da camera e concerti per violino, oltre a diversi balletti (tutti perduti) e un’opera. Come compositore, era celebre per la fusione degli stili nazionali francese e italiano: un aspetto evidente nell’op. 3, una raccolta di sei sonate per due violini, prive del consueto sostegno del basso continuo, che fu pubblicata a Parigi nel 1730.
La Sonata op. 3 n. 5 si apre con un Allegro vivace e ritmicamente vario, ricco di interazioni imitative tra i due violini e di sonorità piene grazie all’uso delle doppie corde (quando il violino suona due corde contemporaneamente) in entrambe le parti. La Gavotta centrale è aggraziata ed è il più “francese” dei tre movimenti, sebbene Leclair utilizzi la nomenclatura italiana per tutti. Il finale, Allegro, è un brillante inseguimento ad alta velocità, che celebra la pura gioia della destrezza musicale.
Gioachino Rossini (1792-1868)
Sonata a quattro n. 3 in Do maggiore (1804)
I. Allegro
II. Andante
III. Moderato
Precoci lampi del genio rossiniano, le Sonate a quattro, che sin dal 1825, quando furono pubblicate da Giovanni Ricordi in una versione per quartetto d’archi tradizionale (con la sostituzione del contrabbasso con la viola, accanto al violoncello), sono oggi conosciute soprattutto nella trascrizione per orchestra d’archi. Non mancano tuttavia le incisioni nell’organico originale, che all’epoca della loro composizione fu dettato dalle circostanze in cui vennero alla luce.
Le sei sonate furono infatti composte nel 1804 da un Rossini dodicenne, durante un soggiorno estivo presso la tenuta di Agostino Triossi, contrabbassista autodidatta, a Conventello vicino a Ravenna. Il giovane Triossi aveva chiesto al ragazzo prodigio di scrivere alcune composizioni per lui e per i suoi cugini Luigi e Giovanni Morini, rispettivamente violinista e violoncellista. Mancando la viola, l’organico risultò dunque insolito: due violini (il secondo suonato dallo stesso Rossini), violoncello e contrabbasso. Pare che gli autografi originali siano stati ritrovati da Alfredo Casella in una biblioteca americana.
Accanto alle parti manoscritte, Rossini lasciò anche una nota ironica, di suo pugno:
«Parti di Violino primo, Violino secondo, Violoncello, Contrabasso; e queste di Sei sonate orrende da me composte alla villeggiatura, (presso Ravenna) del mio amico mecenate Agostino Triossi alla età la più infantile non avendo presa neppure una lezione di accompagnamento, il tutto composto e copiato in tre giorni ed eseguito cagnescamente dal Triassi Contrabasso, Morini (di lui cugino) Primo violino, il fratello di questo il Violoncello, ed il Secondo violino da me stesso, che ero per dir vero il meno cane. G. Rossini».
Autentica delizia, questa musica, con spruzzi di umorismo tipicamente rossiniano: bastano due interventi “di pianto” nella parte del violoncello o l’incrocio del minore e maggiore dissonante nel primo Allegro per riconoscere il grande Rossini! E le variazioni, il terzo movimento, Moderato! Quanta inventiva, quanta freschezza ancora oggi si scopre in questa pagina infantile…
W.A. Mozart (1756-1791)
Andante dal Quintetto per archi in Do maggiore K. 515 (1787)
L’assenza della viola nel brano di Rossini trova un contrappeso perfetto nell’Andante di Mozart: il geniale Wolfgang amava moltissimo questo strumento, che nel folklore dei musicisti viene talvolta deriso come se fosse uno strumento secondario dopo il violino. Mozart, nella Sinfonia concertante K. 364, ha dimostrato quanta bellezza e profonda espressività la viola sia capace di produrre. Nell’Andante dal Quintetto K. 515 i due strumenti, violino e viola, sono di nuovo alla pari.
Sembra che negli anni del regno di Federico Guglielmo II, succeduto a Federico il Grande, diversi compositori cercarono di attirare le sue simpatie scrivendo per lui la parte del violoncello, strumento che lui suonava solo da dilettante. Ciò si riferisce soprattutto a Michael Haydn a Salisburgo e a Luigi Boccherini in Spagna. Il re, soprannominato “der dicke Lüderjahn” (“il grassone buono a nulla”), effettivamente dimostrò interesse per la musica e commissionò a Mozart tre quartetti che sono considerati tra i suoi capolavori nel genere. Il 19 aprile 1787 Mozart compone anche uno dei tre Quintetti per archi, forse destinati allo stesso re-grassone.
Prendo dal libro di Alfred Einstein alcune frasi dedicate all’Andante che ascolteremo questa mattina:
«Il nuovo Andante [Mozart inizialmente aveva scritto un diverso incipit per questo movimento] è così pieno di profonda malinconia e tranquillità che può essere interpretato come una fuga dal demonismo e dal fatalismo di Don Giovanni (su cui Mozart lavorava contemporaneamente) verso un mondo umano più puro e felice. Questo Andante non può essere indirizzato né a Donna Anna né a Donna Elvira. Mozart apparentemente si è dimenticato del grasso re prussiano: il dialogo d’amore qui è condotto dal primo violino e dalla prima viola. La loro dualità e la loro unione sono perfette».
Arrangiamenti per tromba e quintetto d’archi:
Charlie Chaplin (1889-1977) – Smile (Sorriso)
Smile è una composizione scritta da Charlie Chaplin nel 1936, divenuta nel tempo un classico fra i brani più noti ed eseguiti a livello internazionale.
Il brano, inizialmente strumentale, fu composto da Chaplin come leitmotiv del film Tempi moderni, da lui stesso recitato e diretto nel 1936. Nel 1954 John Turner e Geoffrey Parsons scrissero il testo – che invita al sorriso, considerato come viatico per un futuro luminoso – assegnando contemporaneamente il titolo alla canzone. Smile ottenne immediato successo fin dalla sua comparsa come tema musicale del film.
La prima versione cantata fu quella di Nat King Cole nel 1954, seguita da numerose cover realizzate negli anni successivi da artisti di tutto il mondo. La figlia Natalie Cole la ripropose nel suo fortunato album del 1991 Unforgettable… with Love.
George Gershwin (1898-1937) – Someone to Watch over Me (Qualcuno che vegli su di me)
Someone to Watch Over Me è una canzone composta da George Gershwin con testi di Ira Gershwin; Howard Dietz contribuì assegnandole il titolo.
Fu scritta per il musical Oh, Kay! (1926), e originariamente cantata a Broadway dall’attrice inglese Gertrude Lawrence, che in scena teneva in mano una bambola di pezza durante un numero solista dall’intento sentimentale.
Ástor Piazzolla (1921-1992) – Milonga del Ángel
Milonga del Ángel è il secondo brano della serie Angel, composta da Piazzolla nel 1965. La serie, chiamata anche Los Angelitos, è un ciclo di tanghi strumentali in cui ogni pezzo prende il nome di un angelo.

