Domenica 30 agosto – ore 19.30

Chiesa di S. Chiara d'Assisi | Marciana Marina

Il concerto avrà inizio al termine della messa domenicale

Solisti del Festival – membri della Elba Festival Orchestra • Vasks, Herrmann, Mendelssohn

Informazioni

Liana Gourdjia, Aylen Pritchin,
Clara Pérez Campuzano, Maria Hernández Maya,
Carmen Mérida Gómez, Manuel Pérez Morodo,
Jesús Perogil Ostos, Juan de Dios Ruiz Racero violini
Leona Kondratenko, Maialen Lagos viole
Raphael Bell, Andrei Bisoc violoncelli
P. Vasks Castillo interior per violino e violoncello (2013)
F. Hermann Capriccio per tre violini n. 1, op. 2
F. Mendelssohn-Bartholdy Ottetto per archi op. 20
INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI

Pēteris Vasks Castillo interior per violino e violoncello (2013)

Pēteris Vasks, nato il 16 aprile 1946 ad Aizpute, in Lettonia, è uno dei più importanti compositori lettoni contemporanei. Figlio di un pastore protestante, dopo aver terminato gli studi presso la Scuola Musicale Speciale Secondaria E. Dārziņš di Riga, per motivi ideologici fu costretto a conseguire il suo primo titolo universitario non nella patria natale, ma nella vicina Lituania. Nel 1970 si diplomò presso il Conservatorio Statale della RSS Lituana di Vilnius nella classe di contrabbasso di V. Sereika.

Tra il 1963 e il 1974 suonò il contrabbasso in diverse formazioni orchestrali: nell’Orchestra Filarmonica Lituana (1966–1969), nell’Orchestra da Camera della Filarmonica Lettone (1969–1970), nell’Orchestra della Radio e Televisione Lettone (1971–1974) e in altri complessi strumentali. Nel 1978 concluse gli studi di composizione presso il Conservatorio Statale Lettone Jāzeps Vītols, nella classe di V. F. Utkin. Dal 1989 insegnò composizione presso il Collegio Musicale E. Dārziņš di Riga.

Nella sua produzione giovanile sviluppò le tradizioni dell’aleatorietà e della sonoristica proprie di compositori come Witold Lutosławski e Krzysztof Penderecki. Lo stile di Vasks, giunto a piena maturazione negli anni Ottanta, unisce le tradizioni della cultura musicale lettone agli elementi del cosiddetto orientamento ecologico: una parte significativa della sua produzione è infatti dedicata al tema della natura. Risentì inoltre dell’influenza del minimalismo, evidente ad esempio in Plainscapes (2002).

Compose opere appartenenti a diversi generi e destinate a varie formazioni strumentali e vocali, tra cui tre sinfonie (1991, 1998, 2005); Pater Noster (1991), Dona Nobis Pacem (1996) e la Messa (2000, revisione 2005), tutte su testi della liturgia cattolica; il Concerto per violino Distant Light (Luce lontana, 1997); Canto per la pace (1984); Te Deum (1991) per organo; Musica d’autunno (1981), Paesaggi della terra bruciata (1992) e Musica di primavera (1995) per pianoforte.

Le opere di Vasks sono state eseguite da importanti interpreti tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, tra cui Gidon Kremer, David Geringas, Paavo Järvi e il Kronos Quartet. Le sue composizioni figurano regolarmente nei programmi dei principali festival di musica contemporanea. È inoltre autore di colonne sonore per il cinema. Nel 2011 è stata fondata in Lettonia la Fondazione Pēteris Vasks, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo della musica contemporanea lettone.

«La versione originale di questa composizione fu scritta nel 2013 per violino e violoncello, su suggerimento della violoncellista Sol Gabetta. All’inizio del 2014 trascorsi un periodo in una casa di meditazione situata in un luogo isolato sulla costa del Baltico, dove trovai l’ispirazione per il titolo dell’opera. In venerazione di Santa Teresa d’Avila, il brano è intitolato Castillo Interior. Questo titolo si riferisce al suo libro Moradas del Castillo Interior (“Dimore del Castello Interiore”), scritto nel 1577 e considerato il capolavoro della grande mistica.» (Pēteris Vasks)

Castillo Interior si articola secondo la successione Adagio – Allegro – Adagio – Allegro – Adagio. Due episodi si alternano e ritornano ciclicamente: il primo è una sorta di corale rigorosamente a tre voci, pacifico e saldamente ancorato alla tonalità di re minore; il secondo, veloce e agitato, quasi aggressivo, richiama curiosamente la scrittura del Primo Preludio in do minore del Clavicembalo ben temperato di Bach.

Verso la conclusione, gli accenni al secondo episodio si placano progressivamente e il brano termina in un rasserenato Re maggiore. Quest’opera, della durata di circa dodici minuti, costituisce una delle pagine più suggestive del repertorio per violino e violoncello. La composizione conduce l’ascoltatore attraverso un intenso viaggio emotivo fatto di armonie luminose, tempeste interiori e un finale di profonda pacificazione.

Eseguita in prima assoluta nel 2014, ha rapidamente conquistato un posto stabile nel repertorio cameristico contemporaneo. Ne esiste anche una versione per pianoforte, eseguita dallo stesso autore.

F. Hermann Capriccio per tre violini n. 1, op. 2

Friedrich Hermann (1828–1907) nacque a Francoforte sul Meno. Studiò presso il Conservatorio di Lipsia, dove seguì i corsi di composizione di Felix Mendelssohn e Niels Gade e quelli di violino di Ferdinand David. Dopo il diploma ottenne il posto di prima viola nell’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia e, all’età di diciannove anni, iniziò a insegnare al Conservatorio, del quale divenne successivamente professore.

Oltre alla sua attività presso il Conservatorio e l’Orchestra del Gewandhaus, Hermann fu membro del Quartetto del Gewandhaus. Nel 1878 si dimise da tutti i suoi incarichi, ad eccezione di quello al Conservatorio, per dedicarsi interamente all’insegnamento, alla composizione e all’attività editoriale. La sua opera di curatore ed editore musicale è ampiamente riconosciuta e comprende edizioni di lavori di Joseph Haydn, Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig van Beethoven, nonché di celebri violinisti quali Rodolphe Kreutzer, Charles-Auguste de Bériot e Pierre Rode.

Parallelamente all’attività editoriale, compose una sinfonia, un quartetto per strumenti a fiato e numerose altre opere cameristiche, nelle quali emerge chiaramente la sua affinità con il nuovo stile virtuosistico romantico che caratterizzò la prassi esecutiva degli strumenti ad arco nel XIX secolo. Tra le sue composizioni da camera figurano diversi trii per tre violini, un genere relativamente raro. La sua straordinaria abilità nel trattare le tre parti si manifesta nella capacità di intrecciare tre timbri omogenei in una scrittura ricca di equilibrio, varietà e interesse musicale.

F. Mendelssohn-Bartholdy Ottetto per archi op. 20

I. Allegro moderato ma con fuoco

II. Andante

III. Scherzo

IV. Presto

L’Ottetto per archi in Mi bemolle maggiore op. 20 fu composto nel 1825 dal giovane Felix Mendelssohn. L’opera appartiene al suo primo periodo creativo: all’epoca il compositore non aveva ancora compiuto diciassette anni, ma era già un musicista assai esperto, autore di una Sonata per violino, di fughe, Sinfonie per archi, Quartetti con pianoforte e Quartetti per archi, brani pianistici, Lieder e altre opere di notevole complessità che precedono l’op. 20.

L’Ottetto si distingue per l’unità della forma, la perfezione della tecnica compositiva e la vivacità delle melodie. La sua creazione rappresentò per Mendelssohn un passo molto importante nella scoperta delle possibilità espressive degli strumenti ad arco. L’opera ricevette un giudizio molto positivo da Louis Spohr, violinista virtuoso e compositore che aveva scritto lavori per il medesimo organico.

Questa composizione giovanile costituisce una sorta di “ponte” tra la produzione cameristica e quella sinfonica di Mendelssohn. È illuminante l’indicazione riportata dallo stesso compositore sulla partitura autografa: «Questo Ottetto va suonato da tutti gli strumenti nello stile di un’orchestra sinfonica. I piani e i forti vanno rispettati attentamente e sottolineati con maggiore forza di quanto si usi in opere di questo genere».

Tuttavia, il lavoro rimane essenzialmente cameristico: il compositore coglie con grande finezza le peculiarità di ciascuno strumento; tutte le parti sono individuali e autonome e gli strumenti emergono a turno in primo piano, contrapponendosi agli altri esecutori. Ciò conferisce all’Ottetto alcuni tratti propri del concerto strumentale.

Il tema principale del primo movimento colpisce per l’ampiezza del suo registro melodico, che si estende per due ottave e mezza. Le “onde” melodiche che si innalzano sullo sfondo del movimento inquieto delle voci intermedie creano un’immagine carica di drammaticità. Il secondo tema è invece volutamente semplice e vicino, per carattere, al canto popolare.

L’Andante elegiaco, ricco di intonazioni cantabili, sorprende per la libertà con cui i temi vengono sviluppati attraverso continue varianti. Alla base dello Scherzo vi è un’idea programmatica ispirata a un passo del Faust di Goethe: «Il volo delle nubi, la nebbia col suo velo / hanno un chiarore dall’alto. / L’aria nel pergolato, il vento nel camino, / tutto svanisce».

Il vorticoso e leggerissimo intreccio delle voci strumentali è un vero capolavoro di scrittura; si comprende pertanto perché il compositore lo abbia orchestrato nel 1829, sostituendo il Minuetto come Scherzo della Sinfonia in do minore op. 11. Secondo la testimonianza di Fanny Mendelssohn, il compositore sosteneva che l’intero Scherzo dovesse essere eseguito in staccato e pianissimo (pp). Il tema, che sembra svolazzare sopra il pizzicato degli archi, anticipa l’atmosfera di Sogno di una notte di mezza estate.

Nel Finale si combinano procedimenti di sviluppo polifonico e forma-sonata. Nella frenesia e nella trasparenza della scrittura della stretta traspaiono l’impeto giovanile del compositore, il suo perfetto dominio del materiale e l’impronta stupefacente della sua precoce maturità.

note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov