Mercoledì 3 settembre – ore 21.30

Teatro dei Vigilanti "Renato Cioni" | Portoferraio

Martha Argerich – Solisti del Festival – Elba Festival Orchestra Strings • Schumann, Šostakovič
50 anni dalla morte di Dmitri Šostakovič

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Informazioni

Martha Argerich pianoforte | Liana Gourdjia violino, concertatrice | Diet Tilanus violino | Georgy Kovalev viola | Raphael Bell violoncello | Alfonso González Barquín tromba
Elba Festival Orchestra Strings
R. Schumann Quintetto per 2 violini, viola, violoncello e pianoforte op. 44
D. Šostakovič Concerto per pianoforte, tromba e orchestra d'archi op. 35

Note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov

Ogni apparizione della grande pianista argentina Martha Argerich al nostro Festival costituisce un avvenimento indimenticabile, qualsiasi repertorio lei proponga. Ma quest’anno la sua partecipazione è particolarmente significativa: dopo il Quintetto di Schumann, un capolavoro romantico, la pianista ha proposto di eseguire, per celebrare il 50° anniversario della morte di Dmitrij Šostakovič, il suo Concerto n. 1 per pianoforte, tromba e orchestra d’archi op. 35.

Robert Schumann (1810 – 1856)
Quintetto per 2 violini, viola, violoncello e pianoforte in mi bemolle maggiore op. 44

I. Allegro brillante
II. In modo d’una marcia. Un poco largamente. Agitato
III. Scherzo. Molto vivace – Trio I e II
IV. Allegro ma non troppo

Robert Schumann compose il suo primo e unico quintetto per archi nel 1842, dopo aver già scritto tre quartetti per archi. La creazione di opere da camera fu preceduta da uno studio approfondito delle opere di Johann Sebastian Bach, Joseph Haydn e Wolfgang Amadeus Mozart. La parte pianistica del Quintetto in mi bemolle maggiore fu pensata per Clara Schumann – e la scrittura è decisamente degna di quella che all’epoca fu una delle pianiste più acclamate d’Europa, ma anche le altre parti strumentali sono di notevole complessità tecnica.

Nell’opera, l’impetuosità passionale si combina con l’armonia e l’equilibrio formale, e vi sono molti temi di sapore popolare. Il Quintetto presenta numerose pagine drammatiche e persino eroiche, e alcuni momenti – soprattutto nel finale – riecheggiano l’opera di Ludwig van Beethoven (fino a una vicinanza intonazionale con uno dei temi della Sinfonia n. 7). Un’altra caratteristica beethoveniana è lo sviluppo del tema in forma di fugato (l’ampio uso della polifonia è caratteristico di Beethoven nel periodo tardo della sua opera). Il Quintetto per pianoforte in mi bemolle maggiore è giustamente considerato una delle opere cameristiche più ispirate di Robert Schumann. Stupisce non solo per la raffinatezza della forma, ma anche per la profondità del pensiero musicale.

Il primo movimento, Allegro brillante, si distingue per l’irrefrenabile energia “alla Florestano”, ma anche per la sottigliezza delle sfumature e della tavolozza timbrica, e tuttavia, nel complesso, il ruolo principale spetta al pianoforte, la cui prima interprete fu Clara Schumann, moglie del compositore.

Il secondo movimento, In modo d’una marcia. Un poco largamente. Agitato, secondo le parole di Čajkovskij «presenta in una cornice ristretta un’intera tragedia cupa». Nello spartito, Schumann lo contrassegnò con l’indicazione im Charakter einer Marsch (“nello spirito di una marcia”): non però una marcia solenne o brillante, bensì lugubre, che richiama da vicino il movimento lento della Sinfonia n. 3 Eroica di Beethoven. Non meno significativa è un’altra analogia, forse ancor più diretta: il movimento lento del Trio per pianoforte in mi bemolle maggiore di Franz Schubert.

Il terzo movimento, Scherzo. Molto vivace – Trio I – Trio II – L’istesso tempo, è uno scherzo con due trii. Il tema principale si sviluppa rapidamente in moto di scala. Entrambi i trii fanno da contrasto, pur essendo diversi tra loro.

Il finale, Allegro ma non troppo, ha una forma vicina al rondò, ma complicata da trasformazioni e intrecci tematici. Il tema principale, una semplice melodia di danza popolare, nella coda si intreccia – variato – con il tema del primo movimento, in un ricco tessuto polifonico.

Dmitrij Šostakovič (1906 – 1975)
Concerto n. 1 in do minore per pianoforte, tromba e orchestra d’archi op. 35

I. Allegretto
II. Lento
III. Moderato
IV. Allegro con brio

Il Concerto n. 1 per pianoforte, tromba e orchestra d’archi di Dmitrij Šostakovič (titolo originale: Concerto per pianoforte con accompagnamento di orchestra d’archi e tromba) fu eseguito per la prima volta a Leningrado il 15 ottobre 1933, con l’autore al pianoforte e l’Orchestra Filarmonica di Leningrado diretta da Fritz Stiedry.
Il giovane compositore aveva dimostrato un eccezionale talento pianistico fin dai suoi primi passi nella musica. I brillanti risultati ottenuti sotto la guida di Leonid Nikolaev (uno dei fondatori della scuola pianistica sovietica) lo portarono, nel 1927, tra i concorrenti del primo Concorso Internazionale Fryderyk Chopin di Varsavia. La sua esecuzione fu molto apprezzata dalla critica, e molti giudicarono il diploma d’onore conferitogli un riconoscimento troppo modesto. Anche dopo aver scelto definitivamente la composizione, Šostakovič continuò a esibirsi come pianista fino agli anni Quaranta.
L’idea del Concerto – con il pianoforte accompagnato da orchestra d’archi e da una tromba solista – si ispirò alla Kammermusik n. 2 di Paul Hindemith, che Šostakovič aveva conosciuto nei primi anni Trenta. Insieme ai 24 Preludi, il Concerto op. 35 riflette i tratti più caratteristici del suo pianismo.

La reazione di pubblico e critica alla prima esecuzione fu contraddittoria: alcuni furono spiazzati dall’alto grado di grottesco e di parodia, altri sorpresi dalla deliberata varietà stilistica. Il Concerto è letteralmente inondato di citazioni e allusioni ironiche: la Sonata in Re maggiore di Haydn e l’incipit dell’Appassionata di Beethoven vengono giustapposti a L’addio di Slavianka (canto patriottico russo) e a canzoni di strada; a queste si aggiunge l’autocitazione di Šostakovič, che riprende alcuni temi dalla sua rivista musicale Ucciso con la condizione (uno spettacolo satirico con numeri musicali) e l’inserimento di un brano tratto dall’opera Povero Colombo di Ernst Dressel.

L’ipostasi rabelaisiana del giovane Šostakovič, derivata dalla sua esperienza nella musica per film e teatro e, non da ultimo, dal suo passato da tapeur (pianista da sala), raggiunge qui il suo apogeo. «Voglio difendere il diritto di ridere all’interno della cosiddetta musica seria… Quando gli ascoltatori ridono a un mio concerto sinfonico non sono turbato, anzi me ne compiaccio», scrisse Šostakovič in un articolo dei primi anni Trenta.

Il Concerto non manca tuttavia di momenti di sincerità, seppur timidamente mascherati da un lirismo “antiromantico” (nel seconda movimento), tanto più vividamente sfumato dall’energica pressione umoristica dei movimenti esterni. Il finale del Concerto è preceduto da una cadenza solistica di ampia portata, sviluppata in una parte indipendente: una soluzione simile alla forma del concerto sarà caratteristica di Šostakovič in futuro.