Martedì 2 settembre – ore 18.30

Teatro dei Vigilanti "Renato Cioni" | Portoferraio

Solisti del Festival – Annie Dutoit Argerich • Schönberg, Schubert
210 anni dalla partenza di Napoleone dall’Isola d'Elba

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Informazioni

Cristian Budu pianoforte | Aylen Pritchin, Issey Imai violini | David Quiggle viola | Raphael Bell violoncello | Amerigo Bernardi contrabbasso
Annie Dutoit Argerich voce narrante
A. Schönberg Ode to Napoleon Bonaparte (testo di Lord Byron) op. 41 per voce recitante, pianoforte e quartetto d'archi
F. Schubert Quintetto per pianoforte, violino, viola, violoncello e contrabbasso D. 667 La Trota

Note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov

Arnold Schönberg (1874 – 1951)
Ode to Napoleon Buonaparte op. 41
per voce recitante, pianoforte e quartetto d’archi
(testo di Lord Byron)

L’esecuzione di questa composizione di Arnold Schönberg è sempre un avvenimento eccezionale, data la sua complessità e difficoltà tecnica; lo è ancor più al nostro Festival, dove in questo modo si celebra una data storica: i 210 anni dalla partenza di Napoleone dall’Isola d’Elba. Il testo risale al 1814, quando Byron, alla notizia dell’abdicazione di Napoleone e del suo esilio all’Elba, sfogò le proprie ansie di romantico «libertario» in una violenta e impietosa invettiva contro il tiranno caduto. «Byron rimase così deluso dalla rassegnazione di Napoleone che gli riversò addosso lo scherno più feroce: e credo di aver colto questo aspetto nella mia composizione», scrisse Schönberg alcuni anni dopo.

È interessante notare che, nella traduzione del testo di Byron in russo effettuata magistralmente dal poeta-simbolista Valerij Brjusov, nella XIV strofa l’isola viene proprio nominata. In una traduzione inversa, il passo suonerebbe così:

Nascondendo la tua vergogna e il tuo dolore all’Elba,
osserva la mandria di onde dalle scogliere.
Non disturberai il mare con un sorriso:
non l’hai mai posseduto!
Nell’ora dello sconforto, con mano distratta
segna sulle secche costiere
che il mondo è libero per sempre!

Con l’avvento di Hitler al potere (1933), Arnold Schönberg, come tanti altri artisti europei di origine ebraica, fu costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove insegnò prima a New York, poi a Boston e infine, per quasi dieci anni, all’Università della California di Los Angeles. A questo periodo appartiene Ode to Napoleon Buonaparte op. 41 per voce recitante, quartetto d’archi e pianoforte, portata a termine nel giugno del 1942.

La composizione, per un organico molto originale – quartetto d’archi, pianoforte e voce recitante (la cui parte, di estrema difficoltà, esige che l’interprete sia non soltanto un attore, ma anche un musicista!) – è di straordinaria espressività. Per raggiungere questo risultato, un Maestro come Schönberg poteva, con tutto il diritto, usare la tecnica dodecafonica; ma qui il compositore supera i propri confini e dimostra ai suoi successori che la funzione iniziale, una volta esaurita, può essere oltrepassata. La dodecafonia è cioè soltanto uno dei mezzi tecnici a disposizione, non un dogma!

«L’intenzione non era di scrivere musica dissonante, ma di usare la dissonanza secondo un criterio logico, senza ricorrere ai procedimenti dell’armonia classica, perché questi sono ormai inutilizzabili»: così lo stesso Schönberg interpretava in quegli anni la sua precedente fase creativa, mentre componeva opere in cui la tecnica dodecafonica veniva utilizzata con crescente libertà, fino a raggiungere più volte nuovi approdi (si badi: non semplici ritorni) alla tonalità e alla consonanza.

Per quanto riguarda la voce recitante, anche qui si registra un’analoga “liberalizzazione”: questo Sprechgesang o Sprechstimme, sorta di recitazione intonata o di “melodia parlata”, che Schönberg aveva messo a punto trent’anni prima nel Pierrot lunaire mediante una rigorosa prescrizione dei ritmi e degli intervalli, si stempera qui in un’intonazione meno precisamente definita, pur conservando la solidità dell’intelaiatura ritmica.

La fine del pezzo è suggellata da un accordo perfetto di mi bemolle maggiore, che potrebbe far pensare a un’allusione alla tonalità dell’Eroica di Beethoven, la quale, come è noto, ha un nesso storico robusto e problematico con la figura di Napoleone.

Testo:

È finita… e soltanto ieri eri un re!… agguerrito per misurarti coi re, ed ora sei una cosa senza nome, così abbietto – e pur vivo! È questo l’uomo dai mille troni che disseminava la nostra terra d’ossa nemiche? e può egli sopravvivere così? dalla caduta di Colui, chiamato fallacemente la Stella del Mattino, nessun uomo, nessun Nemico cadde così dall’ alto.

Uomo nefasto, perché infierire sui tuoi simili che così umilmente piegarono il ginocchio? Divenuto cieco a forza di convergere i tuoi sguardi sopra te solo, hai insegnato agli altri a vedere. Con un potere incontestato… con la potenza di salvare… la tomba è stato il tuo unico dono per coloro che ti adoravano: né mai, prima che tu cadessi, i mortali poterono immaginare quanta piccolezza si nasconde nell’ambizione.

Grazie per questa lezione… essa insegnerà ai guerrieri futuri più di quanto l’alta filosofia può predicare e quanto ha vanamente predicato. Si è spezzato irrevocabilmente questo maleficio che passava sulle menti degli uomini e li portava ad adorare quei falsi idoli d’ambizione guerriera dai volti di acciaio e i piedi di argilla.

Il trionfo, e la vanità, l’ebbrezza del combattimento… la tremenda voce della Vittoria, per te il solo soffio vitale; la spada, lo scettro e un dominio imposto irresistibilmente dovunque la fama arrivasse… tutto soffocato e spento!… Spirito tenebroso! quale dev’essere il supplizio della tua memoria!

Colui che voleva fendere la quercia e non ha pensato al contraccolpo; prigioniero del tronco che invano egli spaccò – solo – come si guardò attorno? Tu, nella durezza della tua forza, hai trovato alfine un uguale destino ed un fato più oscuro: quello cadde preda degli uccelli rapaci dei boschi; ma tu dovrai divorare il tuo cuore!

Il Romano, quando il suo cuore ardente fu oppresso dal sangue di Roma, gettò la spada… osò partire, con selvaggia grandezza, verso la patria. Osò partirsene in supremo disdegno degli uomini che avevano sofferto un tal gioco, e permesso che terminasse così: rinunziare da sé a una potenza che egli stesso si era creata, questa fu la sua gloria.

Lo Spagnolo, quando la sfumata ambizione di gloria perse la sua passeggera malia, cambiò la corona per il rosario, e un impero per una cella; contabile rigoroso per i grani della sua corona, dialettico sottile di problemi religiosi, la sua follia sapeva come trastullarsi: ancor meglio sarebbe stato se non avesse conosciuto né il reliquario del bigotto né il trono del despota.

Ma tu – dalla tua mano incerta la folgore è stata strappata – troppo tardi lasci l’alto comando cui s’aggrappa la tua debolezza: sia pure Spirito del Male quale tu sei, è già abbastanza per tormentare il cuore vedere il tuo così disfatto; pensare che il bel mondo di Dio è stato il poggiapiedi d’una cosa tanto vile.

E la Terra ha versato il suo sangue per lui che non può nemmeno raccogliere una goccia del proprio! e i Re piegarono le loro gambe tremanti e lo ringraziarono per un trono! Divina Libertà! dobbiamo tenerti cara, allorché vediamo i tuoi nemici più potenti temerti nel modo più abietto.

I tuoi atti funesti sono scritti nel sangue e non scritti invano… i tuoi trionfi parlano d’una fama che non è più e che aggrava ogni onta: se tu fossi morto come onore muore, qualche nuovo Napoleone potrebbe sorgere per far vergognare il mondo di nuovo… ma chi vorrebbe innalzarsi fino ad altezze solari, per ripiombare in una notte così fonda?

Ed essa, triste fiore dell’Austria superba, sposa imperiale; come sopporta il suo cuore quest’ora di angoscia? È ancora avvinta al tuo fianco? Deve essa pure inchinarsi, deve essa pure dividere il tuo pentimento tardivo, disperazione infinita, o Omicida senza trono? Se essa ti ama ancora, fa tesoro di questa gemma, ciò vale il tuo svanito diadema.
Affrettati alla tua cupa isola e spazia il tuo sguardo sul mare; quell’elemento può ancora incontrare il tuo sorriso… da te mai fu dominato! oppure traccia sulla sabbia, con la mano ormai oziosa, con indolenza stanca, che la Terra è ora libera! Che il pedagogo di Corinto ha ora trasferito il suo detto alla tua fronte.

Tu, Tamerlano! nella gabbia del suo prigioniero, quali saranno i tuoi pensieri mentre starai meditando frenetico nella tua prigionia? uno solo… «il mondo fu mio!». A meno che, come quegli di Babilonia, la ragione non sia fuggita insieme col tuo scettro, la vita non potrà contenere troppo a lungo uno spirito il cui volo si estese così largamente, così lungamente obbedito… e di così scarso valore!

O forse, come colui che derubò il cielo del fuoco, sarai tu capace di resistere all’urto? e dividere con lui, l’imperdonato, il suo avvoltoio e la sua roccia? Schiantato da Dio… maledetto dall’uomo, quest’ultimo atto, benché non il più ignominioso, è stata la sbeffegiata del Demonio; quello, nella sua caduta, salvò il suo orgoglio e, se fosse stato mortale, sarebbe morto con fierezza!

Ci fu un giorno, ci fu un’ora, mentre la terra apparteneva alla Francia – e la Francia a te – in cui l’abdicazione volontaria a un potere così immenso, sarebbe stato un atto di gloria più pura di quella che va unita al nome di Marengo, e avrebbe indorato il tuo declino nei lunghi crepuscoli dei secoli, malgrado alcune passeggere nubi di delitto.

Ma tu devi per forza esser re, e rivestire la porpora… come se questa stupida veste strappasse il ricordo dal tuo petto. Dov’è quello stinto straccio? dove i pendagli che adoravi metterti addosso, la stella… le cordelline… il cimiero? Vano e perverso figlio d’imperio! Dì, questi tuoi balocchi ti sono stati tutti strappati?

Dove può l’occhio stanco riposare quando si sofferma ad osservare i Grandi? dov’è che riluce una gloria che non sia colpevole, un atto che non sia spregevole? Sì… uno… il primo… l’ultimo… il migliore… il Cincinnato dell’Occidente, colui che nessuna bassezza umana oserebbe odiare, quegli che ha tramandato il nome di Washington, perché l’uomo arrossisca per la vergogna che solo uno ce ne sia stato.

Franz Schubert (1797 – 1828)
Quintetto per pianoforte, violino, viola, violoncello e contrabbasso in la maggiore op. 114, D. 667 La trota

I. Allegro vivace
II. Andante
III. Scherzo. Presto
IV. Tema. Andantino
V. Allegro giusto

Dopo questo intenso ascolto di circa 20’ – ripeto, rara possibilità di conoscere Ode to Napoleon Buonaparte di Schönberg-Byron – non potrebbe arrivare godimento più rassicurante, tranquillizzante ed idilliaco di quello offerto dal Quintetto di Schubert, nel quale viene citato e sfruttato nelle variazioni il tema del suo Lied Die Forelle (La trota).

Franz Schubert compose questo Quintetto in la maggiore per violino, viola, violoncello, contrabbasso e pianoforte nel 1819. A quanto sappiamo, Schubert non tentò mai di vendere a un editore quest’opera (forse anche perché la riteneva poco “smerciabile” a causa del particolare organico), che fu pubblicata per la prima volta postuma come op. 114 nel 1829, pochi mesi dopo la sua morte, dall’editore viennese Joseph Czerny, che disse di essersi deciso a farlo dopo che un gruppo di esperti da lui radunato per l’occasione lo aveva riconosciuto unanimemente come “un capolavoro”.

Schubert la compose durante uno dei periodi più felici della sua vita. Insieme al cantante Johann Michael Vogl, intraprese un viaggio nella sua terra natale, l’Alta Austria. Le esperienze del viaggio rallegrarono, ma lo rese ancora più felice il fatto che in ogni casa in cui si nutrisse anche il minimo interesse per l’arte musicale si trovassero copie manoscritte dei suoi Lieder. In precedenza, Schubert aveva immaginato che la sua opera fosse conosciuta solo da una ristretta cerchia di amici; ora si accorgeva di essere un compositore molto popolare.

Durante questo viaggio, Schubert e Vogl visitarono la piccola città di Steyr, nell’Alta Austria, dove il compositore incontrò un fervente ammiratore delle sue opere, il ricco industriale Sylvester Paumgartner, mecenate e direttore della miniera, musicista dilettante e violoncellista. Quest’uomo amava particolarmente il Lied La trota, che era pronto ad ascoltare all’infinito. Volendo compiacere il suo ammiratore, Schubert scrisse un quintetto per pianoforte e archi al suo ritorno a Vienna, una delle cui parti contiene la melodia del brano prediletto.

Il Quintetto fu concepito come un brano “leggero” per la musica domestica e, in una certa misura, si collega alla tradizione del divertissement, che qui assume una veste nuova e più romanzata. Come nelle prime opere strumentali da camera, il Quintetto è dominato da un’atmosfera gioiosa e serena, ma il contenuto acquista anche profondità.

Il primo movimento, con la sua energia decisa, contrasta con il secondo, più calmo. Non c’è tristezza in quest’ultimo: vi regna una sognante luminosità. La melodia cantabile e meditata, affidata a violino e violoncello, è seguita da un tema giocoso e aggraziato che emerge nella parte del pianoforte. Nel terzo movimento, le vivaci e mobili sezioni dello scherzo sono alternate a una lenta sezione centrale.

Ed eccoci al purissimo tema del Lied La trota con le sue sei variazioni di lucente levigatezza musicale. Si può supporre che proprio il quarto movimento fosse il preferito del dedicatario: dopotutto, è qui che risuona la melodia della sua canzone prediletta, trasformata nel tema delle variazioni. È interessante notare come Schubert tratti il proprio tema, tenendo conto delle peculiarità del genere vocale da cui proviene e di quello cameristico-strumentale in cui viene trasportato: solo la melodia della prima strofa è ripresa dal Lied, poiché in un brano vocale lo sviluppo musicale è in gran parte dettato dal testo poetico, mentre in un’opera strumentale, priva di parole, il tema deve “vivere di vita propria” secondo schemi di sviluppo completamente diversi.

L’idea della bellezza della natura, indissolubilmente legata all’idealizzazione della vita patriarcale, trova la sua incarnazione nel quinto movimento del Quintetto, che evoca una danza contadina come quelle che Schubert avrebbe potuto osservare durante il suo viaggio.