Lunedì 1 settembre – ore 18.30

Teatro dei Vigilanti "Renato Cioni" | Portoferraio

Solisti del Festival • Britten, Lutoslawski, Hindemith, Beethoven
80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale

Acquista Biglietti

Informazioni

Georgy Kovalev viola | Edgar Moreau violoncello | Akane Sakai pianoforte
B. Britten Lachrymae (Riflessioni su una canzone di John Dowland) op. 43 per viola e pianoforte
W. Lutoslawski Bukoliki 5 miniature per viola e violoncello
P. Hindemith Scherzo per viola e violoncello
L. van Beethoven Sonata per violoncello e pianoforte n. 3, op. 69

Note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov

Benjamin Britten (1913 – 1976)
Lachrymae (Riflessioni su una canzone di John Dowland) op. 43 per viola e pianoforte

Il tema del concerto si lega perfettamente alla personalità e all’operato del compositore britannico, un convinto pacifista che nel 1939 abbandonò la patria e l’Europa in fiamme e si trasferì negli Stati Uniti. Ma nello stesso anno Britten compose la cantata Ballad of Heroes, dedicata ai combattenti antifascisti della guerra civile spagnola.

Nel 1962 arrivò il maggiore successo di Britten con il War Requiem, scritto per la riapertura della Cattedrale di Coventry e pensato per la partecipazione di tre celebri solisti: Dietrich Fischer-Dieskau, Peter Pears e Galina Višnevskaja, moglie del violoncellista Mstislav Rostropovič. Alla prima esecuzione, la cantante sovietica non poté partecipare a causa dei noti dissidi della coppia Rostropovič con le autorità; così non si realizzò l’idea fondamentale dell’autore, secondo cui i solisti avrebbero dovuto rappresentare i tre Paesi coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale: URSS, Gran Bretagna e Germania. Questo progetto si concretizzò due anni più tardi, nel 1964, in Olanda, sempre con la partecipazione di Galina Višnevskaja, Dietrich Fischer-Dieskau e Peter Pears.

Poche settimane fa, al Festival della Valle d’Itria, è stata eseguita per la prima volta in Italia un’opera televisiva di Britten, Owen Wingrave. Nel libretto, un personaggio chiede: «Era un bravo ragazzo, Owen Wingrave?». Correva l’anno 1969: la guerra insanguinava il Vietnam e turbava gli animi del mondo intero, quando Britten riprese il racconto tardo-ottocentesco di Henry James per lanciare un ulteriore grido di dolore contro la guerra e la violenza. Obiettore di coscienza durante la Seconda guerra mondiale, Britten scrisse quest’opera negli anni del Vietnam e dell’invasione della Cecoslovacchia, identificandosi con il pacifismo del protagonista.

Lachrymae è un brano che ha per protagonista la viola, strumento caro a Britten sin dall’infanzia. Scritto nel 1950 per viola e pianoforte, fu eseguito per la prima volta il 20 giugno di quell’anno alla Jubilee Hall di Aldeburgh da William Primrose, dedicatario dell’opera, e dallo stesso Britten al pianoforte. Nel 1976, ultimo anno della sua vita, il compositore orchestrò la parte pianistica per orchestra d’archi, dedicando questa versione (Op. 48a) al celebre violista Cecil Aronowitz, membro fondatore del Melos Ensemble.

Il titolo Lachrymae richiama la natura intima e dolente della musica di John Dowland: l’opera si sviluppa in dieci variazioni sul tema di If my complaints could passions move (Se i miei lamenti potessero muovere le passioni). Nella sesta variazione Britten cita un’altra celebre canzone di Dowland, Flow my tears (Scorrete, mie lacrime). Tutte le variazioni sono brevi e si distinguono per carattere ed andamento. Il tema viene presentato per intero soltanto nel finale, mentre all’inizio è appena accennato; per questo si potrebbe definire un ciclo di “Variazioni e Tema”, piuttosto che il tradizionale “Tema con variazioni”.

I movimenti:
I. Lento
II. Allegretto molto comodo
III. Animato
IV. Tranquillo
V. Allegro con moto
VI. Largamente
VII. Appassionato
VIII. Alla valse moderato
IX. Allegro marcia
X. Lento
XI. L’istesso tempo

Witold Lutosławski (1913 – 1994)
Bukoliki (Bucoliche), 5 miniature per viola e violoncello

I. Allegro vivace
II. Allegretto sostenuto
III. Allegro molto
IV. Andantino
V. Allegro marziale

La parola “bucolico” significa “pastorale”, oppure “agreste, campestre, idillico, arcadico”. In sostanza, si riferisce a un ambiente o a uno scenario che evoca la vita semplice e serena della campagna, spesso associata a paesaggi rurali e scene di vita pastorale. Nulla di più lontano dal carattere della vita vissuta da Witold Lutosławski, che a cinque anni vide il padre assassinato dai bolscevichi.

In seguito, la Seconda guerra mondiale gli impedì di recarsi a Parigi per perfezionarsi al Conservatorio. Prestò servizio come radiotelegrafista presso il quartier generale della Prima Armata, fu catturato, riuscì a fuggire e raggiunse la Varsavia occupata, dove visse fino alla rivolta, guadagnandosi da vivere suonando in un caffè con il compositore Andrzej Panufnik. Durante questo periodo, i due realizzarono più di 200 arrangiamenti per duo pianistico (tra cui Toccata di J. S. Bach, Bolero di M. Ravel, valzer di J. Strauss, ecc.). Il suo contributo al movimento di Resistenza furono i Cinque canti della lotta clandestina.

Da adulto, come Šostakovič, si vide definire la propria musica “indesiderata” dalle autorità culturali dei paesi dell’ex URSS, perché ritenuta troppo progressista. Era il 1947, l’epoca della sua Prima sinfonia. Lutosławski fu dunque costretto a intraprendere il cammino di un’arte “rivoluzionaria nella tradizione” per ottenere il meritato successo, che arrivò con il Concerto per orchestra (1954).

Per ottenere il consenso della cultura ufficiale, anche nelle Bukoliki (1952) l’autore, ispirandosi ai 44 Duos per due violini di Bartók, prese a prestito elementi folcloristici, ovvero alcune melodie popolari raccolte da Władysław Skierkowski. Alla prima versione pianistica (di cui esiste una registrazione della grande Marija Judina) seguì una seconda versione per viola e violoncello (1962), su richiesta di William Primrose e Mstislav Rostropovich.
Negli ultimi anni di vita, Lutosławski, ormai libero dai condizionamenti espressivi imposti dal regime polacco, dichiarò di «guardare senza vergogna a queste prime opere del suo esordio compositivo».

Paul Hindemith (1895 – 1963)
Scherzo per viola e violoncello, 1934

Schnelle Achtel, Schnelle (Ottavi veloci, veloci)

Il rapporto di Hindemith con il regime nazista fu complesso. La sua musica suscitava controversie: i critici nazisti la etichettarono come “Kulturbolschewismus” (“bolscevismo culturale”) e “arte degenerata” (soprattutto in riferimento alle prime opere del compositore, come l’opera Sancta Susanna), e il 6 dicembre 1934 il ministro della propaganda Joseph Goebbels definì pubblicamente Hindemith un “rumorista atonale” (in tedesco: “atonaler Geräuschemacher”).

Altri sostenevano invece che l’immagine di Hindemith “compositore moderno”, nonostante si fosse nel frattempo orientato verso metodi di composizione più tradizionali, potesse promuovere la Germania agli occhi del pubblico internazionale. Questa posizione fu espressa in una lettera di difesa a suo favore scritta da Wilhelm Furtwängler e pubblicata nel 1934.

Il dibattito sul suo ruolo proseguì per diversi anni, e alla fine Hindemith si trasferì in Svizzera nel 1938. È noto che suonava con grande abilità diversi strumenti ad arco e partecipava attivamente a numerosi ensemble da camera, ma era soprattutto un violista di eccezionale talento. Non a caso compose sette Sonate per viola, oltre a numerose altre opere da camera, in cui lo strumento prediletto occupa un ruolo di rilievo.

Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)
Sonata per violoncello e pianoforte n. 3 op. 69

I. Allegro ma non tanto
II. Scherzo. Allegro molto
III. Adagio cantabile – Allegro vivace

La terza Sonata per pianoforte e violoncello fu composta tra il 1807 e il 1808 e pubblicata nel 1809, con dedica a uno dei più intimi amici di Beethoven, il barone Ignaz von Gleichenstein. La copia donata da Beethoven al barone reca, sotto la dedica a stampa, il motto autografo “Inter lacrymas et luctum”: Pietro Rattalino scrisse che «probabilmente Beethoven voleva riferirsi ai mali fisici dei quali aveva sofferto nel 1807 e 1808, ai vari, inutili progetti – proposta di contratto al Teatro Imperiale, piano di un viaggio artistico in Italia – di sistemazione finanziaria, e all’inimicizia che il mondo musicale viennese gli andava dimostrando».

Secondo Carl Czerny, il finale dovrebbe essere eseguito «più velocemente e più brillantemente del primo movimento». Il giudizio del musicista è pienamente attendibile: dopotutto, Czerny, allievo di Beethoven, svolse un ruolo significativo nel promuovere l’eredità creativa del suo maestro. Basandosi sulle esecuzioni dell’autore, ha lasciato indicazioni metronomiche per i tempi delle opere di Beethoven. Czerny stesso partecipò all’esecuzione della Sonata per violoncello e pianoforte n. 3, ma questa fu preceduta da una lite tra insegnante e allievo: volendo dimostrare il suo virtuosismo, Czerny apportò modifiche alla parte per pianoforte nel Quintetto di Beethoven, il che suscitò l’ira del compositore. Tuttavia, dopo qualche tempo ricevette una lettera di scuse da Beethoven e, pochi giorni dopo, la sua esecuzione della parte pianistica nella sonata fu approvata dal maestro.

Questa musica, come tutta l’opera di Beethoven, rappresenta il meglio della grande cultura tedesca e soprattutto riflette lo straordinario messaggio umanistico che il compositore ha lasciato ai posteri, insieme all’idea di fratellanza tra i popoli, alla forza dell’individuo e alla bellezza della natura.