B. Britten Sonata per violoncello e pianoforte (1961)
I. Dialogo. Allegro
II. Scherzo-Pizzicato. Allegretto
III. Elegia. Lento
IV. Marcia. Energico
V. Moto perpetuo. Poco presto
Due parole sui rapporti del grande compositore britannico con il dedicatario della Sonata per violoncello op. 65, Mstislav Rostropovič, e con sua moglie, la cantante Galina Višnevskaja. Britten visitò l’URSS tre volte: nel 1963, nel 1964 e nel 1971. Nutriva un profondo interesse per la cultura russa, alla quale rese un affettuoso omaggio nella Seconda e nella Terza Suite per violoncello solo. Fra tutti i compositori russi, quello a lui più vicino fu Dmitrij Šostakovič. L’opera Il figliol prodigo (The Prodigal Son, 1968) è dedicata a Šostakovič. A sua volta, il compositore russo dedicò a Britten la Quattordicesima Sinfonia, completata nella primavera del 1969. Una profonda amicizia artistica legava Britten anche a Svjatoslav Richter. I due realizzarono insieme numerosi progetti musicali, eseguendo spesso a quattro mani opere di Schubert, Schumann e dello stesso Britten, fra cui Introduzione e Rondò alla burlesca. Richter interpretò inoltre i concerti per pianoforte con Britten sul podio.
Altrettanto stretta fu l’amicizia che unì Britten a Mstislav Rostropovič e Galina Višnevskaja. Con entrambi si esibì frequentemente in concerto; fra le collaborazioni più memorabili si ricordano le esecuzioni delle Variazioni su un tema rococò di Čajkovskij. Britten dedicò a Rostropovič: Sonata per violoncello e pianoforte, op. 65; Sinfonia per violoncello e orchestra, op. 68; Suite per violoncello n. 1, op. 72; Suite per violoncello n. 2, op. 80; Suite per violoncello n. 3, op. 87.
Da uno dei suoi viaggi in URSS nacque anche il ciclo di romanze su testi di Puškin, composto nel 1965 durante un soggiorno in Armenia e dedicato a Galina Višnevskaja e Mstislav Rostropovič. Britten scelse sei poesie di Puškin e Višnevskaja e Rostropovič ne furono i primi interpreti. Peter Pears racconta che, durante un’esecuzione nella Casa di Puškin a Michajlovskoe, illuminata soltanto dalle candele, al termine dell’ultima romanza — nel cui accompagnamento pianistico si ode l’imitazione dei rintocchi di un orologio — l’antico orologio conservato nel museo fin dai tempi di Puškin iniziò improvvisamente a battere la mezzanotte con lo stesso ritmo. Tutti rimasero in silenzio, incantati. Fu allora che Britten trovò il titolo definitivo del ciclo: L’eco del poeta. Anche uno dei massimi capolavori del compositore inglese, il War Requiem, può essere considerato una dedica implicita a Galina Višnevskaja, poiché l’importante parte del soprano era stata concepita proprio per lei, sebbene le autorità sovietiche le impedissero di prendere parte alla prima esecuzione dell’opera.
La Sonata si apre con il Dialogo (Allegro), che sembra rivolgersi direttamente all’ascoltatore. L’intero movimento nasce da un brevissimo motivo, costruito sul dialogo fra due intervalli di seconda, uno ascendente e uno discendente. Da questo nucleo germinale si sviluppa un secondo tema di carattere lirico, che si innalza fino a una nota in pianissimo ottenuta con gli armonici, per poi ridiscendere con naturalezza. Il tema principale emerge ora con timidezza, ora con slancio, lasciando intravedere un raffinato richiamo al linguaggio di Dmitrij Šostakovič, evocato con discrezione e senza mai ricorrere a citazioni esplicite. Segue lo Scherzo-pizzicato (Allegretto), un vivacissimo studio interamente fondato sulla tecnica del pizzicato, nella quale la parte del violoncello raggiunge una straordinaria varietà di effetti, talvolta richiamando la scrittura chitarristica per la complessità del lavoro della mano destra. Questa particolare attenzione al pizzicato rimanda inevitabilmente a Benjamin Britten, che di tale tecnica fece uno dei tratti più caratteristici della propria scrittura per violoncello. Le brillanti figurazioni dello Scherzo conducono senza soluzione di continuità all’Elegia (Lento). Su un cupo e intenso tessuto pianistico, il violoncello, suonato con la sordina, intona un’ampia melodia cantabile dal timbro soffuso e velato. Il discorso si amplia progressivamente attraverso l’impiego di corde doppie, triple e perfino quadruple, fino a raggiungere un grande culmine espressivo, prima di spegnersi in una conclusione dolce e raccolta. Con la Marcia (Energico) ogni atmosfera malinconica si dissolve. Il violoncello espone un impetuoso basso ostinato sul quale il pianoforte sviluppa un motivo ritmicamente incalzante. Nel Trio emergono richiami che evocano il suono di un corno, sospesi sopra un basso ripetuto in terzine. Quando la marcia ricompare, lo fa in un clima sorprendentemente rarefatto: il basso, eseguito mediante armonici, si trasferisce nel registro acuto, creando un effetto di grande suggestione timbrica. L’opera si conclude con il Moto perpetuo (Poco presto), dominato da un instancabile tema «saltando» in 6/8 che attraversa l’intero movimento trasformandosi continuamente. Ora si presenta brillante ed espressivo, ora cupo e brontolante, ora leggero e spensierato, in un continuo alternarsi di tensione drammatica e fantasia inventiva. In questa inesauribile varietà di caratteri sembra riaffiorare soprattutto il Benjamin Britten autore di musica teatrale, capace di coniugare vivacità scenica, ironia e intensa forza espressiva.
R. Schumann Märchenbilder (Quadri fiabeschi) per viola e pianoforte op. 113
I. Nicht schnell (Non veloce)
II. Lebhaft (Vivace)
III. Rasch (Velocemente)
IV. Langsam, mit melancholischen Ausdruck (Lentamente, con espressione malinconica)
Schumann compose quest’opera in soli quattro giorni, dal 1° al 4 marzo 1851, durante il suo breve soggiorno a Düsseldorf come direttore d’orchestra. Dal punto di vista cronologico, questi quattro pezzi fantastici si collocano tra le due Sonate per violino e pianoforte, pur senza richiamarne direttamente il linguaggio espressivo. L’intera raccolta è dedicata al violinista e direttore d’orchestra Wilhelm Joseph von Wasielewski, che eseguì i brani insieme a Clara Schumann in una serata privata il 15 marzo. All’epoca Wasielewski ricopriva il ruolo di Konzertmeister a Düsseldorf. La prima esecuzione pubblica documentata ebbe luogo il 12 novembre 1853 presso la sala Zum Goldenen Stern di Bonn, con Clara Schumann al pianoforte e Wasielewski al violino.
Questo ciclo di quattro Märchenbilder (“Quadri fiabeschi”) per viola e pianoforte costituisce una successione di pezzi caratteristici strettamente collegati sul piano tonale. Lo stile richiama le precedenti raccolte pianistiche di Robert Schumann, come Album per la gioventù, Scene infantili e Scene della foresta.
Nella letteratura musicale dedicata alla viola, il ciclo di Schumann occupa un posto del tutto particolare. I compositori romantici si rivolgevano raramente a questo strumento dal timbro caldo e vellutato come protagonista solista, preferendo il suono più brillante del violino o quello più corposo del violoncello. La viola solista rappresenta quindi una presenza insolita per l’epoca, e non è casuale che Schumann abbia scelto il titolo Märchenbilder (“Quadri fiabeschi”). I romantici, tuttavia, prendevano molto sul serio il mondo della fiaba: questi brani non sono affatto semplici pezzi per bambini, ma opere mature e impegnative, sia dal punto di vista tecnico sia da quello espressivo. In ognuno dei quattro tempi vengono delineati stati d’animo differenti: intimo e riflessivo nel primo e nell’ultimo, vivace e popolare nel secondo, intenso e sentimentale nel terzo. Si tratta di quattro momenti, o piccole miniature musicali, da apprezzare per la loro purezza e la raffinata delicatezza dell’invenzione, lasciandosi catturare dall’istante fissato con magia nella frase melodica.
J. Brahms Trio per violino, violoncello e pianoforte op. 101
I. Allegro energico
II. Presto non assai
III. Andante grazioso – Trio
IV. Finale. Allegro molto
Dopo aver completato la sua Quarta Sinfonia, Johannes Brahms sentì il bisogno di intraprendere nuove sfide creative. Alla ricerca di «tranquillità, lavoro e ispirazione», nell’estate del 1886 il compositore si recò in Svizzera, sulle rive del lago di Thun. Qui lavorò a diverse opere – Lieder e sonate per violino – e proprio in questo periodo nacque il Trio n. 3 in do minore per violino, violoncello e pianoforte.
Considerata una delle più importanti composizioni cameristiche di Brahms, quest’opera, insieme alla Terza Sonata per violino, rappresenta il punto culminante dello sviluppo della dimensione drammatica della sua produzione artistica. Nel Trio in do minore emerge con particolare evidenza un carattere epico ed eroico, soprattutto nel primo movimento, Allegro energico. Tale impressione è rafforzata dall’abbondanza di accordi possenti, raddoppi all’ottava e figure ritmiche puntate. Le due principali sfaccettature espressive dell’opera si manifestano già nei temi dell’esposizione: il primo, epico e vigoroso; il secondo, ispirato e di tono quasi innodico, contrassegnato dall’indicazione dell’autore «forte ma cantando». Entrambi sono unificati da un motivo iniziale che ne permea il successivo sviluppo. Il secondo tema, dall’intonazione solenne e cantabile, richiama il materiale musicale della Prima Sinfonia e altre celebri «melodie della gioia» brahmsiane. Nello sviluppo il primo tema assume un carattere più disteso e persino lirico. In un episodio in do diesis minore, contrassegnato dall’indicazione dolce e, si potrebbe dire, quasi gemütlich, compare una nuova variante del tema, che ricorda una melodia vocale. Da questo momento in poi l’elemento lirico attraversa tutti i movimenti del ciclo.
Il secondo movimento, Presto non assai (Brahms precisa: «semplice»), contrasta nettamente con il primo grazie alla sua atmosfera misteriosa, ottenuta mediante una scrittura leggera e raffinata: la parte del pianoforte si fa più trasparente, con una tessitura lineare e frequenti unisoni, mentre gli archi suonano con la sordina e ricorrono spesso al pizzicato. Nella sezione centrale e nella ripresa variata emergono un carattere cantabile e una delicata sfumatura danzante e sospirante. Un’altra indicazione significativa dell’autore è: «Agitato ma sempre piano».
L’elegante terzo movimento, Andante grazioso, alterna con naturalezza il metro binario a quello ternario. Anche qui riaffiora il materiale del primo movimento: la sezione centrale si basa infatti su un motivo tratto dall’inizio dell’opera, presentato però in forma inversa. L’alternanza del tema tra gli archi e il pianoforte sembra quasi instaurare una sorta di dialogo competitivo tra gli interpreti, ciascuno intento a eseguire la propria frase con la massima bellezza espressiva e perfezione. Il Quasi animato centrale non è eccessivamente drammatico, ma crea un efficace contrasto con le sezioni esterne. Il quarto movimento, Allegro molto, è un finale impetuoso, animato dallo spirito della tarantella. Il suo carattere quasi caleidoscopico richiama alla mente i cicli pianistici di Robert Schumann. Tuttavia, la continua trasformazione del nucleo tematico originario, intimamente collegato per intonazione al primo movimento, conferisce una profonda unità all’intera composizione.
Il Trio per pianoforte n. 3 fu eseguito per la prima volta nel dicembre del 1886 a Budapest, con la partecipazione dello stesso Johannes Brahms al pianoforte, di Jenő Hubay al violino e di David Popper al violoncello
note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov

