Domenica 13 settembre – ore 21.15

Teatro dei Vigilanti "Renato Cioni" | Portoferraio

Martha Argerich & Friends – ELBA FESTIVAL PRIZE • Schubert, Chopin, Ravel, Debussy, Šostakovič

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Informazioni

Martha Argerich pianoforte
Georgijs Osokins pianoforte | Michael Guttman violino | Jing Zhao violoncello
David Chen Sverdlov pianoforte Elba Festival Prize 2026
F. Schubert Impromptu op. 90, n. 3 (D. 899)
F. Chopin Scherzo n. 2, op. 31
M. Ravel Ma mère l'Oye (Mamma oca) Suite per pianoforte a quattro mani (1908–1910)
F. Schubert Fantasia per pianoforte a quattro mani D. 940
C. Debussy Sonata per violoncello e pianoforte (1915)
D. Šostakovič Trio per pianoforte, violino e violoncello n. 2, op. 67

Ogni presenza di Martha Argerich al nostro Festival rappresenta un avvenimento speciale. Quello di quest’anno sarà il suo quinto concerto all’Elba Festival e, come spesso accade con questa artista straordinaria, sarà un’occasione di condivisione musicale con amici e compagni di lunga data.

A rendere l’appuntamento ancora più significativo sarà la presentazione al pubblico del suo nipote diciottenne, il promettente pianista David Chen Sverdlov, al quale verrà conferito l’ELBA FESTIVAL PRIZE 2026.

F. Schubert Impromptu op. 90, n. 3 (D. 899)

Andante mosso

F. Chopin Scherzo n. 2, op. 31

Presto

Il giovane musicista inaugurerà la serata con due autentici capolavori del repertorio pianistico romantico: il poetico Impromptu op. 90 n. 3 di Franz Schubert e il brillante Scherzo n. 2 op. 31 di Frédéric Chopin, pagine che mettono in luce tanto la cantabilità quanto il virtuosismo dell’interprete.

Seguirà Martha Argerich insieme a Georgijs Osokins in due tra i massimi esempi della letteratura per pianoforte a quattro mani: la suite Ma mère l’Oye di Maurice Ravel e la Fantasia in fa minore D. 940 di Franz Schubert, forse il vertice assoluto della produzione schubertiana per questa formazione.

M. Ravel Ma mère l’Oye (Mamma oca) Suite di cinque pezzi per pianoforte a quattro mani (1908 1910)

I. Pavane de la Belle a bois dormant (Pavana della Bella addormentata nel bosco)
Lento

II. Petit Poucet (Pollicino)
Molto moderato

III. Laideronnette, Impératrice des Pagodes (Laideronnette, imperatrice delle pagode)
Movimento di marcia

IV. Les entretiens de la Belle et de la Bête (Le conversazioni della Bella e della Bestia)
Movimento di valzer lento

V. Le jardin féerique (il giardino incantato)
Lento e grave

F. Schubert Fantasia per pianoforte a quattro mani D. 940

Andante moderato – Allegretto – Andantino – Andante molto – Allegro vivace – Allegretto – Presto

Composta tra il 1908 e il 1910, Ma mère l’Oye nasce come raccolta di cinque pezzi per pianoforte a quattro mani dedicati a Mimi e Jean Godebski, figli di due cari amici del compositore. Ravel, che non ebbe mai una famiglia propria, nutriva per quei bambini un affetto profondo e trascorreva con loro lunghi periodi, raccontando fiabe che, come scrisse con il suo consueto spirito, «non dovevano essere troppo tristi la sera, per evitare gli incubi, né troppo allegre al mattino, per stimolare l’appetito». Il titolo rimanda alla tradizione fiabesca francese di Mère l’Oye, la leggendaria “Mamma Oca”, figura cui sono attribuite alcune delle più celebri fiabe popolari. Le cinque miniature – Pavane de la Belle au bois dormant, Petit Poucet, Laideronnette, impératrice des pagodes, Les entretiens de la Belle et de la Bête e Le Jardin féerique – costituiscono un raffinato mondo sonoro nel quale l’eleganza della scrittura pianistica si unisce a una fantasia timbrica che già preannuncia il grande orchestratore.

La Fantasia in fa minore D. 940, composta nel 1828 negli ultimi mesi di vita di Schubert e dedicata alla contessa Caroline Esterházy, rappresenta uno dei vertici della musica cameristica romantica. In un unico arco espressivo, i quattro movimenti si susseguono senza soluzione di continuità, fondendo lirismo, tensione drammatica e straordinaria ricchezza contrappuntistica in una delle opere più amate dell’intero repertorio per pianoforte a quattro mani.

C. Debussy Sonata per violoncello e pianoforte (1915)

I. Prologue. Lent, sostenuto e molto risoluto

II. Sérénade. Modérément animé

III. Finale. Animé, léger et nerveux

Il concerto prosegue con la Sonata per violoncello e pianoforte di Claude Debussy, affidata a Martha Argerich e Jing Zhao.

Quando Debussy compose questa Sonata, nel 1915, la Francia era immersa nella tragedia della Prima guerra mondiale e il compositore combatteva contro la malattia che lo avrebbe condotto alla morte pochi anni dopo. In questo momento difficile egli sentì il bisogno di ritrovare le radici della tradizione musicale francese, guardando all’arte di François Couperin e Jean-Philippe Rameau, capaci, a suo giudizio, di esprimere «emozioni senza eccessi, con quella grazia profonda che noi moderni abbiamo dimenticato». Nacque così il progetto di un ciclo di sei sonate “alla francese”, rimasto incompiuto a causa della morte del compositore. Debussy riuscì infatti a portarne a termine soltanto tre, firmandole significativamente con la dicitura «Musicien français», quasi a rivendicare, in un tempo di guerra, la continuità della cultura musicale del proprio Paese.

La Sonata per violoncello e pianoforte, prima della serie, rinuncia al tradizionale sviluppo romantico in favore di una forma essenziale e concentrata. In origine Debussy aveva immaginato di intitolarla Pierrot fâché avec la lune, evocando il mondo della commedia dell’arte; il riferimento scomparve dal titolo definitivo, ma sopravvive nell’atmosfera enigmatica e teatrale, soprattutto nella Sérénade. I tre movimenti — Prologue, Sérénade e Finale — richiamano volutamente le antiche suite francesi. Il Prologue si apre con un’intensa meditazione dal carattere improvvisativo; la Sérénade, con i pizzicati del violoncello e gli arpeggi del pianoforte che evocano il suono della chitarra, introduce una dimensione sospesa e visionaria; il Finale, che si innesta senza interruzione, conclude l’opera con una scrittura nervosa, mobile e luminosa.

«Non spetta a me giudicarne la perfezione, ma amo le sue proporzioni e la sua forma, quasi classica nel senso migliore del termine»: così Debussy descriveva una delle sue opere più intime e personali, sintesi esemplare di eleganza, libertà inventiva e raffinata essenzialità.

D. Šostakovič Trio per pianoforte, violino e violoncello n. 2, op. 67

I. Andante. Moderato

II. Allegro con brio

III. Largo

IV. Allegretto. Adagio

Martha Argerich pianoforte | Michael Guttman violino | Jing Zhao violoncello

Questo concerto, e con esso l’intero Festival, si conclude con l’esecuzione di una delle opere più care alla nostra grande ospite: il Trio n. 2 op. 67 di Dmitrij Šostakovič. Si tratta di un tributo alla memoria di Ivan Sollertinskij, il più celebre amico e sostenitore del compositore: musicologo, linguista, storico dell’arte, docente del Conservatorio e straordinario intellettuale. Nato nel 1902 a Vitebsk, città natale di Marc Chagall e allora abitata in larga maggioranza da ebrei, Sollertinskij esercitò un’influenza decisiva sul giovane Šostakovič, conosciuto nel 1927. Fu lui a introdurlo alla musica di Mahler, Bruckner, Schönberg e Berlioz, incoraggiandolo nella ricerca di un linguaggio musicale personale. Negli anni più difficili, dopo la violenta campagna contro Lady Macbeth del distretto di Mtsensk, Sollertinskij continuò a difendere apertamente il valore dell’opera, definendola il più importante lavoro del teatro musicale russo dai tempi della Dama di picche di Čajkovskij. L’11 febbraio 1944 Sollertinskij morì improvvisamente, pochi giorni dopo aver presentato al pubblico la nuova, Ottava Sinfonia di Šostakovič. «Quello che sono diventato lo devo a lui… Vivere senza di lui mi sarà insopportabilmente difficile», scrisse il compositore alla vedova.

La composizione del Trio n. 2 coincise con il completamento dell’opera incompiuta Il violino di Rothschild del suo allievo Veniamin Flejšman, caduto al fronte nei primi mesi della guerra. Nell’estate del 1944, nella Casa della creatività per compositori di Ivanovo, Šostakovič completò il Trio, dedicandolo a Sollertinskij. La prima esecuzione ebbe luogo il 14 novembre 1944 nella Sala Piccola della Filarmonica di Leningrado, con il compositore al pianoforte, Dmitrij Tsyganov al violino e Sergej Širinskij al violoncello. L’opera ottenne un grande successo e nel 1946 fu insignita del Premio Stalin di seconda categoria.

Secondo il musicologo Levon Hakobian, il lavoro sull’opera di Flejšman influenzò profondamente il linguaggio del Trio, soprattutto nel finale, costruito su temi ispirati alla tradizione klezmer. Non è soltanto un omaggio a Sollertinskij, ma anche un ricordo di Flejšman e, più in generale, della cultura ebraica dell’Europa orientale devastata dalla Shoah. Da questo momento i richiami alla musica ebraica diventeranno ricorrenti nell’opera di Šostakovič, fino alla esplicita denuncia dell’antisemitismo nella Tredicesima Sinfonia su testi di Evgenij Evtušenko.

Il primo movimento (Andante – Moderato – Poco più mosso), di intensa e dolorosa liricità, si apre con un tema affidato agli armonici del violoncello, sospeso sul timbro velato del violino con sordina e del pianoforte nel registro grave. Da questo materiale nasce un ampio sviluppo di grande tensione espressiva. Segue lo Scherzo (Allegro non troppo), energico e incisivo, nel quale affiora anche il tipico gusto grottesco del giovane Šostakovič. Secondo la sorella di Sollertinskij, questo movimento costituirebbe un vivido ritratto del fratello, della sua brillante eloquenza e della sua inesauribile vitalità. Il Largo, costruito come un’antica passacaglia, rappresenta il cuore emotivo dell’opera. Sui solenni accordi del pianoforte nel registro grave, che richiamano il Der Doppelgänger di Schubert, violino e violoncello intrecciano un intenso dialogo elegiaco, mentre il tema della passacaglia ritorna sei volte nei bassi, sempre più ricco di sfumature contrappuntistiche. Senza interruzione si passa al Finale (Allegretto), dominato da un ostinato tema di ascendenza klezmer, suggerito al compositore dal pittore leningradese Solomon Geršov, anch’egli originario di Vitebsk e allievo di Marc Chagall. La sua implacabile ripetizione evoca una forza distruttrice che travolge ogni cosa, una delle più potenti immagini del cataclisma universale presenti nell’opera di Šostakovič. Nelle battute conclusive riaffiora il tema iniziale del Trio, ormai trasfigurato in un doloroso ricordo, fino all’epilogo funebre: gli accordi della passacaglia del pianoforte e l’ultima, lontana eco del tema klezmer negli archi sigillano uno dei più sconvolgenti capolavori della musica da camera del Novecento.

note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov