Note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov
Maurice Ravel (1875-1937), contemporaneo di Claude Debussy, per lungo tempo venne percepito semplicemente come un imitatore di quest’ultimo. L’“ombra” del fondatore dell’impressionismo musicale ha a lungo impedito di riconoscere il vero volto di Ravel; eppure il suo stile creativo è, per molti versi, diverso da quello di Debussy, a cui sopravvisse di due decenni. La sua vicenda artistica iniziò durante il periodo d’oro dell’impressionismo e proseguì dopo la Prima Guerra Mondiale, quando l’impressionismo si esaurì, lasciando spazio a nuove tendenze. La guerra segnò il confine che divise il percorso creativo di Ravel in due periodi.
Al Conservatorio di Parigi, dove Ravel entrò all’età di 14 anni, seguì una rigida scuola di professionalità musicale. Il suo insegnante di composizione fu Gabriel Fauré. Già allora i gusti artistici indipendenti di Ravel erano evidenti. Era interessato alle opere “non tradizionali” di Erik Satie, a Prélude à l’après-midi d’un faune e ai Nocturnes di Debussy (di cui realizzò arrangiamenti per pianoforte), così come alle opere di Rimskij-Korsakov (Ravel conobbe la musica russa per la prima volta durante l’Esposizione Universale, inaugurata nello stesso anno in cui entrò al Conservatorio). Leggeva molto (i suoi autori preferiti erano Charles Baudelaire ed Edgar Allan Poe) e amava la pittura moderna di Monet e Van Gogh. Il suo interesse per l’arte moderna si mescolava curiosamente a una certa attrazione per il razionalismo del XVIII secolo: Ravel studiò la filosofia classica francese e ammirò l’opera dei clavicembalisti. I suoi gusti artistici si formarono così sotto l’influenza di fattori diversi, talvolta opposti.
Ravel trovò spiriti affini in una cerchia di giovani poeti, artisti e musicisti che scherzosamente si definivano “Apaches” (ovvero “vagabondi”, “outsider”). Le loro riunioni erano dedicate soprattutto alla musica. Ravel frequentò anche il salotto della famiglia polacca Godebski (di cui fu amico Toulouse-Lautrec), luogo d’incontro privilegiato per l’élite artistica parigina.
Gli eventi della Prima Guerra Mondiale sconvolsero profondamente Ravel. Nonostante fosse esentato dal servizio militare, si arruolò volontariamente nell’esercito e venne congedato solo dopo aver contratto gravi malattie legate alle dure condizioni militari, nella primavera del 1917. In quell’anno compose il suo ultimo ciclo per pianoforte, la suite Le tombeau de Couperin (un omaggio non solo a Couperin, ma a tutta la musica francese del XVIII secolo), che dedicò ai suoi amici caduti. Con quest’opera si apre il nuovo periodo postbellico di Ravel: se in precedenza la sua musica si era sviluppata nel solco principale dell’impressionismo, ora i tratti impressionistici perdono la loro centralità, pur senza scomparire del tutto. Ravel seppe esprimere l’amarezza della guerra e delle sue vittime inaudite. La sua arte evolve da una percezione gioiosa della vita verso una maggiore drammaticità, evidente in alcune opere come La Valse e il Secondo Concerto per pianoforte.
Al secondo periodo appartengono le tre opere da camera oggi in programma.
Sonata per violino e pianoforte in sol maggiore M. 77
Allegretto
Blues. Moderato
Perpetuum mobile. Allegro
Negli anni ’20, l’opera di Maurice Ravel suscitò un particolare interesse da parte del pubblico, dovuto in gran parte al successo dell’opera L’enfant et les sortilèges. In quegli anni, Ravel intraprese numerose tournée, non solo in Francia, ma anche all’estero (Gran Bretagna, Svezia e altri paesi), esibendosi come pianista e interprete delle proprie opere. Tuttavia, la partecipazione a tournée concertistiche non gli impedì di comporre musica. In quel periodo, il compositore stava lavorando a due opere quasi contemporaneamente: il ciclo vocale Chansons madécasses su testi del poeta francese Évariste Parny e la Sonata n. 2 per violino e pianoforte in sol maggiore, completata nel 1927.
«Ho scritto una sonata per strumenti che sono, per loro stessa natura, incompatibili», così lo stesso compositore descrisse quest’opera. Uno dei metodi che Ravel utilizza per enfatizzare l’incompatibilità, accentuando il contrasto tra le parti di violino e pianoforte, è l’uso di combinazioni politonali (ad esempio, all’inizio del secondo movimento la parte del violino è scritta con un diesis in tonalità, e quella del pianoforte con quattro bemolli). La politonalità aveva suscitato il suo interesse, come del resto quello di molti altri compositori dell’epoca.
Ravel era anche interessato ad altre innovazioni musicali del suo tempo, ad esempio il jazz. Fu tra i primi compositori a comprendere che il jazz non era solo un “passatempo alla moda”, ma una fonte di nuovi mezzi di espressione musicale. Il secondo movimento – Blues – riflette questa passione di Ravel: i tratti caratteristici del blues – i cambiamenti ritmici nella melodia sullo sfondo di un accompagnamento ostinato – si combinano organicamente con le caratteristiche del suo stile. La struttura pentatonica è presente, sebbene non particolarmente enfatizzata. Il violino utilizza spesso la tecnica del pizzicato negli accordi, un’imitazione del suono del banjo.
La Sonata per violino e pianoforte n. 2 di Maurice Ravel fu eseguita per la prima volta a Parigi nell’aprile del 1927 da George Enescu, con lo stesso Ravel al pianoforte.
Sonata per violino e violoncello in do maggiore, M. 73
Allegro
Très vif
Lent
Vif, avec entrain
Il primo dicembre 1920 la neonata Revue Musicale (rivista musicale francese di riferimento per critici e compositori) pubblicò un numero speciale intitolato Le Tombeau de Debussy, in memoria del grande musicista scomparso pochi anni prima. Il numero conteneva spartiti inediti di Bartók, Dukas, Falla, Goossens, Malipiero, Ravel, Roussel, Satie, Schmitt e Stravinskij, che furono poi eseguiti in un concerto della Société Musicale Indépendante (S.M.I., fondata da Ravel nel 1909 insieme ad altri musicisti con l’intento di promuovere nuove tendenze e accogliere anche compositori stranieri) il 24 gennaio del 1921.
Il brano di Ravel era il Duo per violino e violoncello, ovvero il primo movimento di una composizione che richiese al compositore ancora molti mesi di lavoro: iniziata nel 1920, fu completata solo all’inizio del 1922 e in seguito divenne lai Sonata per violino e violoncello.
Ecco il commento secco e lucidissimo che ne diede lo stesso Ravel: «Credo che questa sonata segni una svolta nell’evoluzione della mia carriera. Lo spoglio vi è spinto all’estremo. Rinuncia al fascino armonico; reazione sempre più netta nel senso della melodia».
La Sonata fu pubblicata da Durand nel 1922 ed ebbe la sua prima esecuzione integrale il 6 aprile dello stesso anno alla Salle Pleyel di Parigi, in un concerto della S.M.I., con Hélène Jourdan-Morhange, amica e poi biografa di Ravel, al violino e Maurice Maréchal al violoncello. Sembra che il pubblico rimase alquanto sconcertato e molti critici stigmatizzarono le numerose dissonanze e le armonie aspre, interpretandole come frutto di uno snobismo intellettualistico. Ravel non era presente alla prima e ben presto circolò la voce che egli imputasse parte dell’insuccesso ai due interpreti; poco tempo dopo, il 9 maggio 1922, il compositore scrisse a Hélène Jourdan-Morhange per chiarire definitivamente l’equivoco, ironizzando sulla veridicità dei “si dice”: «Pare che la prima esecuzione, secondo quel che avrei dichiarato – non mi è stato riferito a chi – sia stata un “massacro”. E tutti conoscono la mia opinione, anche lei, anche Maréchal senza dubbio. Penso che questa rivelazione non abbia rattristato troppo né l’uno né l’altra. Del resto sono stato anche informato della mia partenza per l’Africa e del mio prossimo matrimonio – non so quale di questi due eventi debba precedere l’altro».
Sebbene Ravel considerasse la Sonata un “punto di svolta”, l’opera contiene molti tratti caratteristici della sua produzione: l’impegno per le forme classiche, espresso in un richiamo al tradizionale ciclo sonata a quattro movimenti, e un impianto modale che rimane percepibile nonostante le tecniche di scrittura politonale. Allo stesso tempo, l’abbondanza di dissonanze crea una “durezza” del linguaggio musicale insolita per Ravel. Ciò appare naturale se si considera il periodo in cui l’opera fu composta: era da poco terminata la Prima Guerra Mondiale, durante la quale Ravel si era dimostrato un patriota convinto.
Oltre a marcate dissonanze – a volte drammatiche, a volte grottesche – la Sonata contiene melodie di grande bellezza. Ciò è particolarmente evidente nel primo movimento, Allegro, dal tono lirico. La sua trasparente trama polifonica richiama la Pavana della Bella Addormentata dalla suite per pianoforte Ma Mère l’Oye. Il secondo movimento, Très vif, è uno scherzo rapido costruito su formule ostinate; il primo tema è degno di nota per l’avvicinamento alla tecnica del puntinismo. Il terzo movimento, Lent, è il più lirico e significativo: una melodia rigorosa e concentrata viene eseguita prima dal violoncello, poi dal violino. Il tema principale del quarto movimento ricorda una danza popolare, con una struttura a tre battute e un metro variabile. Tuttavia, il quadro di gioia popolare è costantemente invaso da cupi echi dei movimenti precedenti, e questa contraddizione raggiunge il suo culmine nella coda. La Sonata si conclude, tuttavia, con una chiara affermazione in do maggiore.
Trio per violino, violoncello e pianoforte in la minore (1914)
Modéré
Pantoum. Assez vite
Passacaille. Très large
Final. Animé
Nell’estate del 1914, Ravel era impegnato nella composizione di un Trio per pianoforte, violino e violoncello. All’inizio il lavoro procedeva in un clima sereno, ma l’avvicinarsi della guerra si faceva sempre più sentire. Ravel era nervoso e profondamente consapevole degli eventi imminenti, e allo scoppio del conflitto europeo il suo stato d’animo raggiunse un’intensa tensione: provava disperazione, ma anche un forte desiderio di agire.
Lo scoppio della guerra lo spinse a una dolorosa riflessione su come adempiere al meglio il proprio dovere civico. Pur non essendo soggetto alla coscrizione obbligatoria per motivi di salute, non riusciva a immaginarsi lontano dagli eventi. Come per Debussy, la guerra risvegliò in lui sentimenti patriottici. Il 21 agosto scrisse a S. Godebsky: «E ora, se volete, lunga vita alla Francia! Ma prima di tutto, abbasso la Germania e l’Austria! O, infine, ciò che queste nazioni rappresentano oggi. E con tutto il cuore, lunga vita alla sicurezza nazionale e alla pace!».
In questo clima di ansia, il Trio fu completato. È la prima opera in cui si percepisce chiaramente un legame con il folklore basco e segna il compimento di un periodo importante nell’evoluzione creativa di Ravel. Inizialmente il compositore aveva pensato di scrivere un concerto per pianoforte e orchestra basato su temi autenticamente baschi; quell’idea fu parzialmente ripresa nel Trio e, molti anni dopo, nel Concerto per pianoforte in sol maggiore.
Il primo movimento (Modéré) inizia e termina con un tono calmo e solenne, evocando la severità dei canti epici baschi. Allo stesso tempo, lo stile personale di Ravel è evidente in ogni battuta. Il Trio contiene molti episodi virtuosistici poco comuni nel repertorio cameristico. Ravel stesso riconobbe la difficoltà della scrittura, e rispondendo al violoncellista Louis Feuillard disse: «Tanto meglio se è difficile, l’importante è che sia possibile».
Il secondo movimento (Pantoum. Assez vite) è una sorta di scherzo, chiamato “Pantoum” dal compositore. La forma deriva dalla poesia malese, che nella tradizione francese romantica del XIX secolo veniva usata come modello: la particolarità consiste nella ripresa di versi da una strofa all’altra (il secondo e il quarto verso della prima strofa diventano il primo e il terzo nella seconda), principio che Ravel trasforma in un procedimento musicale.
Il terzo movimento (Passacaille. Très large) ci introduce in un mondo di contemplazione concentrata e austera, con intonazioni rigorose e l’eliminazione di ogni elemento superfluo e che potrebbe essere percepito come decorativo.
Il finale (Animé) riafferma la vitalità, con melodie luminose diatoniche e metri irregolari (5/4 e 7/4) che richiamano il folklore basco. Tutti gli episodi sono collegati da una scrittura accurata e originale, con il pianoforte che svolge un ruolo centrale nel fondere le tre parti e dare ricchezza sonora.

