Sabato 12 settembre – ore 18.30

Teatro dei Vigilanti "Renato Cioni" | Portoferraio

Jacopo Taddei – Roma Tre Orchestra • Čaikovskij, Mozart, Glazunov

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Informazioni

Jacopo Taddei sassofono
Roma Tre Orchestra
P. Čaikovskij Souvenir de Florence op. 70 (vers. per ensemble d'archi)
W.A. Mozart Concerto per oboe K. 314 (arr. per sassofono e archi)
A. Glazunov Concerto per sassofono contralto e archi op. 109

P. Čaikovskij Souvenir de Florence op. 70 (vers. per ensemble d’archi)

I. Allegro con spirito

II. Adagio cantabile

III. Allegretto moderato

IV. Allegro vivace

Pëtr Il’ič Čajkovskij non riuscì mai a trovare un luogo da chiamare davvero casa. Eppure Firenze rappresentò per lui un’eccezione: in una lettera scrisse infatti che la città possedeva «qualcosa di accogliente che mi fa sentire come a casa». Tra il 1874 e il 1890 vi soggiornò almeno otto volte, e proprio a Firenze nacquero alcune idee decisive della sua produzione. Tra il 1878 e il 1879, ospite di Nadežda von Meck a Villa Bonciani, lavorò a La pulzella d’Orléans e maturò l’idea del Capriccio italiano. Ancora più importante fu il soggiorno del 1890 all’Hotel Washington, dove compose in soli quarantaquattro giorni La dama di picche. Terminato il lavoro annotò semplicemente: «Sestetto».

Il Sestetto per archi “Souvenir de Florence”, op. 70, per due violini, due viole e due violoncelli, fu composto nel 1890 e rielaborato fino al 1892. Dedicato alla Società di Musica da Camera di San Pietroburgo, nacque da una promessa fatta dal compositore dopo la sua nomina a membro onorario. Inizialmente Čajkovskij trovò difficile la scrittura cameristica, confessando di sentirsi come se stesse componendo per orchestra; poco dopo, però, dichiarò con entusiasmo: «Che sestetto! E che fuga finale!». La prima esecuzione privata ebbe luogo nel novembre 1890; non soddisfatto, Čajkovskij riscrisse ampie parti del terzo e del quarto movimento. La versione definitiva fu presentata pubblicamente a San Pietroburgo il 24 novembre 1892.

I quattro movimenti alternano energia, lirismo, eleganza e slancio conclusivo: l’Allegro con spirito è impetuoso e luminoso; l’Adagio cantabile e con moto offre una delle pagine più poetiche della produzione cameristica di Čajkovskij; l’Allegretto moderato ha carattere scherzoso e danzante; il finale, Allegro vivace, trascina verso una conclusione brillante e vitale.

Sono particolarmente interessanti le riflessioni di Čajkovskij riguardo ad alcuni aspetti dell’interpretazione del Sestetto. A proposito dell’esecuzione del movimento lento, il compositore scrive: «Benché io abbia intitolato il secondo movimento Adagio (poiché qui la semiminima non è più veloce di 58, e a mio avviso questo non è più un Andante), questo movimento ha tuttavia un carattere più vicino a un Andante, e non bisogna assolutamente trascinarne il tempo. La sezione centrale di questo Adagio, là dove è scritto, credo, molto più mosso (non ricordo con certezza), deve essere eseguita con un pppp assolutamente straordinario; deve passare come un lontano bagliore di un lampo sull’orizzonte. Il primo movimento va eseguito con grande fuoco e trasporto. Il secondo in modo cantabile. Il terzo con spirito scherzoso. Il quarto con allegria e slancio».

Sebbene l’autore temesse che l’opera avesse un respiro troppo orchestrale, oggi molti ensemble la eseguono anche con organico ampliato, valorizzandone la ricchezza timbrica e la densità della scrittura polifonica.

W.A. Mozart Concerto per oboe K. 314 (arr. per sassofono e archi)

I. Allegro aperto

II. Adagio non troppo

III. Rondò Allegretto

Il Concerto per oboe in Do maggiore K. 314 (271k) fu composto da Mozart nel 1777 per l’oboista Giuseppe Ferlendis (1755–1810). Per lungo tempo si ritenne che il concerto fosse andato perduto e si conobbe soltanto il Concerto per flauto in Re maggiore K. 314 (285d). La situazione cambiò nel 1920, quando Bernhard Paumgartner riscoprì un pacco di parti per orchestra, su cui c’era scritto in calce: «Concerto in do per oboe principale e due violini, due oboi, due corni, viola e basso del signor W. A. Mozart».

Successivamente, Alfred Einstein, nella terza edizione del Catalogo Köchel (1937), dimostrò che il Concerto per flautonon era un’opera autonoma, bensì un adattamento del precedente Concerto per oboe. Einstein fondò la sua tesi su diversi elementi: l’esistenza di copie del concerto sia in Do maggiore sia in Re maggiore; la lettera del 3 dicembre 1777 che Mozart scrisse da Mannheim al padre, dicendo: «Ho presentato all’oboista Friedrich Ramm il mio Concerto per oboe e orchestra». Il 14 dicembre successivo, con un’altra lettera al padre, annuncia: «Ramm ha suonato per la quinta volta il mio Concerto per oboe scritto per Ferlendis. È stato un grande successo; quest’opera è il cavallo di battaglia di Ramm». In un’altra lettera di Mozart al padre, del 15 febbraio 1783, si legge: «Vi prego di mandarmi subito il quaderno nel quale si trova il concerto per oboe di Ramm, o piuttosto il concerto di Ferlendis. L’oboista del principe Esterházy me lo paga 3 ducati e me ne vuole dare 6 se gliene compongo uno nuovo.»

Il riferimento a Friedrich Ramm, primo oboista dell’orchestra di Mannheim, è particolarmente significativo. Nel 1777 Mozart gli aveva donato una copia del concerto, che divenne ben presto il suo cavallo di battaglia.

Ulteriori conferme derivano dall’analisi musicale. Le caratteristiche della scrittura orchestrale mostrano chiaramente che la versione in Re maggiore è una trasposizione della precedente in Do maggiore. Inoltre, la parte solistica del flauto non sfrutta pienamente l’estensione e le possibilità idiomatiche dello strumento, circostanza perfettamente coerente con un’opera concepita originariamente per l’oboe. L’interpretazione proposta da Alfred Einstein è oggi universalmente accettata: il Concerto per oboe in Do maggiore K. 314 (271k) è considerato la versione originale dell’opera, dalla quale Mozart ricavò, mediante trasposizione e adattamento, il Secondo Concerto per flauto in Re maggiore K. 314 (285d).

A. Glazunov Concerto per sassofono contralto e archi op. 109

I. Allegro moderato

II. Andante

III. Allegro

In Italia le opere di Aleksandr Glazunov (1865-1936) vengono eseguite piuttosto raramente. Eppure il compositore russo ha lasciato un catalogo vastissimo, che comprende tre balletti – il più celebre dei quali è Raymonda –, nove sinfonie, i concerti per violino, violoncello e sassofono, pagine corali e sinfoniche, sette quartetti per archi e numerose composizioni cameristiche e pianistiche. In gioventù Glazunov fu vicino al Gruppo dei Cinque (Mogučaja kučka) e collaborò con Nikolaj Rimskij-Korsakov e Anatolij Ljadov alla ricostruzione e al completamento del Principe Igor’ di Aleksandr Borodin, nonché di altre opere rimaste incompiute. Dotato di una memoria musicale assolutamente eccezionale, era capace di riprodurre con straordinaria precisione opere ascoltate anche una sola volta. Dopo la morte di Mitrofan Beljaev assunse inoltre la direzione artistica della prestigiosa casa editrice musicale fondata dal mecenate russo. Glazunov godeva della stima di Franz Liszt, alla cui memoria dedicò la Seconda Sinfonia. Dal 1905 ricoprì la carica di direttore del Conservatorio di San Pietroburgo, mantenendola anche dopo il suo trasferimento a Parigi nel 1928 e fino alla morte. A lui si deve inoltre un ruolo determinante nella formazione del giovane Dmitrij Šostakovič, che sostenne sia artisticamente sia economicamente nei primi anni di studio.

Negli ultimi anni della sua attività creativa Glazunov compose due importanti opere concertistiche: il Concerto-ballata per violoncello e orchestra, dedicato a Pablo Casals, che ne fu anche il primo interprete, e il Concerto per sassofono contralto e orchestra d’archi. Il Concerto per sassofono e orchestra d’archi in mi bemolle maggiore op. 109 fu composto nel 1934 ed è una delle pochissime grandi opere concertistiche dedicate a questo strumento nella letteratura musicale del primo Novecento. Strutturato come un unico movimento continuo, privo di interruzioni formali, adotta una concezione ciclica nella quale i temi principali ritornano e si trasformano nel corso dell’intera composizione. Pur essendo stato scritto in un’epoca ormai segnata dalle avanguardie novecentesche, il linguaggio musicale rimane saldamente ancorato all’estetica tardo-romantica, distinguendosi per la ricchezza melodica, l’equilibrio formale e la raffinata scrittura orchestrale. Per queste caratteristiche il concerto si è progressivamente imposto come una delle opere fondamentali del repertorio internazionale per sassofono. Sebbene il sassofono fosse stato inventato da Adolphe Sax nei primi anni Quaranta dell’Ottocento, all’epoca di Glazunov esso occupava ancora una posizione marginale nella musica colta. Lo strumento era infatti associato soprattutto alle bande militari e agli ensemble di musica leggera, e trovava quindi scarso impiego nel repertorio sinfonico e concertistico.

La genesi del concerto è strettamente legata alla figura del grande sassofonista tedesco Sigurd Raschèr, uno dei principali promotori dello strumento nel panorama concertistico internazionale. Fu infatti Raschèr a sollecitare ripetutamente Glazunov affinché scrivesse un’opera destinata al sassofono. Il compositore iniziò a lavorarvi nel marzo 1934 e la portò a termine nel giugno dello stesso anno. La prima esecuzione ebbe luogo il 25 novembre 1934 a Nyköping, in Svezia, con Raschèr come solista. È molto probabile che Glazunov non abbia mai avuto occasione di ascoltare il proprio concerto in pubblico, poiché la prima esecuzione parigina si svolse soltanto dopo la sua morte, avvenuta nel 1936.

note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov