M. Weinberg Trio per violino, viola e violoncello op. 48
I. Allegro con moto
II. Andante
III. Moderato assai
«Fare il compositore non è un passatempo: è un dialogo eterno, un’eterna ricerca dell’armonia negli esseri umani e nella natura. Questa ricerca è il senso e il dovere del nostro breve passaggio sulla terra. La forza o la debolezza dell’artista si manifesta nella sua capacità di esprimere una verità eterna, nota a tutti, illuminandola però con una luce nuova, la propria».
Mieczysław Weinberg
Questa ulteriore tappa nell’esplorazione dell’opera di Mieczysław Weinberg susciterà senza dubbio una forte impressione nel pubblico del festival. Anche in questo caso il merito va a Gidon Kremer e ai suoi amici e partner artistici, insieme a Mario Brunello, che nelle passate edizioni del festival aveva già proposto le Sonate e il Concertino del compositore polacco, vissuto per gran parte della sua vita nell’Unione Sovietica.
Weinberg scrisse tre opere per ensemble di tre strumenti. Nel 1945 compose il Trio per pianoforte, violino e violoncello op. 24, dedicato alla prima moglie Natalia Vovsi-Michoels; nel 1979 realizzò il Trio op. 127 per flauto, viola e arpa, scegliendo lo stesso organico della Sonata di Debussy del 1915. Il Trio d’archi op. 48 per violino, viola e violoncello fu composto tra il 17 giugno e il 3 luglio 1950 durante un soggiorno in una dacia nei dintorni di Mosca.
Nel 1950 Weinberg aveva già composto sei quartetti d’archi. La scelta del trio rappresentò quindi una sfida compositiva: ciascuno strumento è trattato come una voce pienamente autonoma, con un ruolo spesso solistico, mentre la scrittura, pur ricca di contrappunto, conserva frequenti momenti di omofonia. Pur rinunciando al quarto strumento, Weinberg costruisce una trama sonora sorprendentemente ricca, sfruttando con grande fantasia le possibilità timbriche ed espressive dell’organico.
Il Trio op. 48 è attraversato da una visione profondamente tragica dell’esistenza. Episodi malinconici si alternano a improvvise esplosioni emotive; una mesta ninna nanna si contrappone a un drammatico monologo, mentre una cantabilità quasi vocale si intreccia con aspri passaggi strumentali. I tre movimenti sono eseguiti senza soluzione di continuità, secondo una caratteristica tipica della musica da camera di Weinberg.
Il primo movimento, Allegro con moto, presenta un andamento danzante che richiama da lontano il linguaggio barocco, ma è pervaso da un’introspezione tipicamente novecentesca. Intonazioni interrogative, episodi pungenti, ampie frasi liriche e raffinate sincopi contribuiscono a definirne il carattere. L’Andante centrale è costruito come una successione di intensi assoli dei tre strumenti. Si apre con un ampio monologo del violino, protagonista dell’intero movimento, e si conclude in un clima di raccolta meditazione, sostenuto dalle lunghe note della viola e del violoncello. Nel Moderato assai finale il discorso si sviluppa sopra un punto d’organo fondato su unisoni e quinte, creando un’atmosfera di sospensione e inquietudine. Nella linea melodica affiorano echi delle inflessioni klezmer, assimilati nel linguaggio di Weinberg, fatto di tonalità sfuggenti, dissonanze e di una fitta trama polifonica. Nelle battute conclusive le tre voci si allontanano progressivamente verso registri estremi, lasciando sospeso un accordo finale formalmente consonante ma percepito come sorprendentemente instabile. Una conclusione di straordinaria forza espressiva, destinata a lasciare il pubblico in sospeso fino all’ultimo accordo.
W.A. Mozart Divertimento per violino, viola e violoncello K. 563
I. Allegro
II. Adagio
III. Minuetto. Allegretto
IV. Andante. Tema e quattro variazioni
V. Minuetto. Allegretto
VI. Allegro
Le sorprese di questa sera non finiscono qui: segue infatti il Gran Trio di Mozart, una delle sue opere meno eseguite e, proprio per questo, tra le più affascinanti. Potrebbe sembrare che siamo ormai assuefatti alla genialità di Wolfgang Amadeus Mozart, alla naturalezza con cui unisce leggerezza e profondità, alla bellezza inesauribile delle sue melodie e alla straordinaria capacità di dare voce a ogni strumento con assoluta perfezione. Eppure, ogni volta che si ascolta una sua pagina poco frequentata – soprattutto dal vivo – si rimane nuovamente conquistati dalla freschezza e dal fascino della sua musica. Così accade anche con questo Trio, già eseguito al nostro Festival molti anni fa: un capolavoro che continua a stupire e a commuovere, anche alla luce della vita tanto breve quanto travagliata del suo autore.
L’8 aprile 1790 Mozart scrive a un caro amico e fratello di loggia massonica, Johann Michael Puchberg (1741-1822), che più volte lo aveva soccorso nei momenti di difficoltà economica:
«Avete ragione, carissimo amico, a non degnarmi di alcuna risposta!… Se potete e volete liberarmi almeno da questa momentanea difficoltà, fatelo per amor di Dio… Domani il conte Hadik mi ha pregato di fargli ascoltare il Quintetto di Stadler e il Trio che ho scritto per voi… Ancora una volta: aiutatemi, per quanto vi è possibile, almeno per questo momento, e perdonatemi.»
Nelle lettere indirizzate a Puchberg ricorre spesso la richiesta di un aiuto economico; sulle stesse missive il destinatario annotò più volte: «Inviati … fiorini».
Fino ad allora Mozart si era dedicato solo sporadicamente al trio d’archi, utilizzandolo soprattutto per trascrivere alcuni Preludi e Fughe di Bach e lasciando soltanto pochi schizzi incompiuti. Nel settembre del 1788 tornò però a questo organico e diede vita a una delle più alte creazioni della musica da camera. Pur intitolandolo Divertimento, superò completamente il carattere leggero tradizionalmente associato al genere, adottando un’insolita struttura in sei movimenti, con due Minuetti, e creando un’opera di straordinaria profondità.
Come osserva Bernhard Paumgartner, solo la forma esteriore richiama il divertimento settecentesco: in realtà il K. 563 è «un trio vero e proprio, modernamente inteso, difficile di esecuzione e, malgrado la scrittura a tre sole parti, esuberante di idee e di trovate timbriche».
Anche il grande musicologo Alfred Einstein (da non confondere con il fisico Albert Einstein) considerava il Divertimento in mi bemolle maggiore K. 563 una delle massime realizzazioni mozartiane: «Ogni strumento è primus inter pares; ogni nota è significativa, ogni nota contribuisce alla realizzazione spirituale e sensuale del suono». Per Einstein quest’opera «suona precisamente come un trio: il più perfetto, il più raffinato di tutti quelli che esistono sulla nostra terra», definendola inoltre «una delle opere più nobili di Mozart».
Il K. 563 rappresenta infatti il vertice della scrittura cameristica per trio d’archi. Violino, viola e violoncello dialogano su un piano di assoluta parità: non esistono parti di semplice accompagnamento e la trama contrappuntistica, fittissima, coniuga una sorprendente profondità espressiva con l’eleganza e la naturalezza tipicamente mozartiane. Per questo è oggi considerato non solo il più grande trio d’archi di Mozart, ma anche uno dei vertici assoluti dell’intero repertorio cameristico.
L’Allegro iniziale prende avvio da un sommesso unisono dei tre strumenti e si sviluppa attraverso ardite modulazioni, improvvisi mutamenti tonali e persino un episodio fugato. Segue un Adagio di intensa concentrazione, quasi una meditazione sospesa. Il primo Minuetto richiama invece il carattere spontaneo di una vivace danza popolare. Cuore dell’opera è l’Andante con variazioni, straordinario per ricchezza inventiva e forza espressiva: particolarmente affascinante è l’ultima variazione, costruita attorno a un possente cantus firmus affidato alla viola, che rivela tutta la fantasia di Mozart nel trasformare il tema attraverso continui mutamenti di ritmo, colore e tonalità, anticipando la grande arte della variazione beethoveniana. Dopo il secondo Minuetto, di squisita eleganza, l’Allegro conclusivo, vicino alla forma del rondò, conduce l’opera a una chiusura luminosa, con la freschezza e la serenità di una canzone primaverile.
note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov

