J. Brahms Quintetto per clarinetto e archi op. 115
I. Allegro
II. Adagio
III. Andantino. Presto non assai, ma con sentimento
IV. Finale. Con moto
Nel 1890 Johannes Brahms, che nell’anno precedente non aveva composto nulla e meditava ormai di abbandonare definitivamente l’attività creativa, scoprì un nuovo territorio espressivo: la musica da camera con clarinetto. Era già autore di un trio con pianoforte e uno strumento a fiato – il corno –, ma il clarinetto non aveva mai suscitato prima il suo interesse in tale veste. Questo avvenne grazie allo straordinario clarinettista Richard Mühlfeld. Mühlfeld era considerato il più autorevole interprete dei celebri e impegnativi concerti per clarinetto di Mozart e Weber. Brahms non fu l’unico compositore contemporaneo a trarre ispirazione da lui: scrissero per il clarinettista anche Henri Marteau, Carl Reinecke, Charles Stanford, Gustav Jenner e Waldemar von Baussnern. Mühlfeld ricevette la Medaglia d’Oro Reale Bavarese Ludwig e numerose altre prestigiose onorificenze. Brahms nutriva per lui una tale stima da destinargli tutti i compensi derivanti dall’esecuzione delle proprie opere per clarinetto. Egli scrisse da Meiningen il 17 marzo 1891 a Clara Schumann: “Oltre alle mie sinfonie e, per esempio, le Variazioni su tema di Haydn, in questi giorni tu avresti potuto ascoltare anche il bellissimo Concerto in Fa minore per clarinetto di Weber, non si può suonare il clarinetto meglio di come lo suona il signor Mühlfeld”. E ancora, da Ischl, nel luglio 1891, riferendosi alle sue più recenti composizioni: “La baronessa Heldburg ti avrà parlato di un Trio per pianoforte, violoncello e clarinetto e di un Quintetto per clarinetto e quartetto d’archi. Sono felicissimo al pensiero di ascoltare queste due composizioni a Meiningen. Non puoi immaginare che clarinettista ci sia lì: si chiama Mühlfeld ed è il miglior strumentista a fiato che io conosca.”. Brahms in realtà aveva pensato di non scrivere più, ma Mühlfeld riuscì a farlo ricredere: il risultato sono i più importanti contributi al repertorio del clarinetto del secondo Ottocento, il Trio op. 114, il Quintetto op. 115 e le due Sonate con pianoforte op. 120.
Nello stile esecutivo di Mühlfeld, Brahms apprezzava soprattutto il suono morbido e vibrante; per questo arrivò a soprannominarlo affettuosamente «Fräulein Klarinette» («Signorina Clarinetto»). Tale qualità timbrica – così come la natura stessa dello strumento – favorisce il predominio dell’elemento lirico e cantabile, che regna quasi incontrastato nelle opere brahmsiane con clarinetto, compreso il Quintetto. Il compositore sfrutta magistralmente le caratteristiche del clarinetto: il timbro opaco e velato del registro grave, la mobilità espressiva del registro medio, paragonabile alla voce umana. Lo strumento è capace di passaggi virtuosistici, di declamazione e di un’elegante cantabilità malinconica, e tutte queste qualità trovano posto nel Quintetto. Anzi, la specificità del clarinetto emerge qui in misura ancora maggiore che nelle altre opere di Brahms dedicate a questo strumento. Se le Sonate per clarinetto e pianoforte suonano magnificamente anche nelle versioni per viola o violino, nel Quintetto il clarinetto è davvero insostituibile. Appare sotto molteplici aspetti, creando particolari effetti timbrici nell’unione con gli archi, ornandone le linee melodiche con leggeri passaggi arpeggiati e assumendo il ruolo principale nelle melodie solistiche dal carattere improvvisativo.
Nel primo movimento, Allegro, il tema principale richiama per certi aspetti quello del Trio per clarinetto: in entrambi si basa infatti sull’arpeggio dell’accordo di tonica. Nel Quintetto, tuttavia, tale profilo melodico è avvolto da note instabili e armonie tese: all’affermazione della tonica si contrappone immediatamente un senso di inquietudine e fragilità. La quarta diminuita e gli abbellimenti cromatici conferiscono al tema una sfumatura di mestizia. Il clarinetto non entra immediatamente: al suo monologo elegiaco rispondono dapprima la viola e il violoncello, quindi i violini. Tutti i temi che compaiono successivamente nel movimento sono brevi e derivano dal principio della «variazione sviluppante». È il caso del tema di collegamento, energico e dinamico; del secondo tema, luminoso e sognante; e del tema conclusivo, appassionato e gioioso. Pur differendo dal tema principale per tessitura e organizzazione ritmica, essi ne condividono le stesse intonazioni, che permeano ogni strato della trama musicale. Nel corso dello sviluppo, Brahms esplora le più diverse combinazioni dei cinque strumenti: talvolta il clarinetto emerge chiaramente come solista, ma più spesso si fonde con uno degli archi in un dialogo o persino all’unisono. I cinque strumenti sembrano respirare simultaneamente, condividendo pause, sincopi e una costante tensione espressiva. Particolarmente sorprendente è la coda, nella quale tutti gli esecutori del Quintetto si uniscono in un crescendo che culmina per poi spegnersi gradualmente, dopo una serie di intense pause espressive.
Il delicato e fragile secondo movimento, Adagio, ricorda una ninna nanna. Nel modo maggiore armonico compare l’intonazione della quarta diminuita, che qui non esprime dolore, bensì un senso di mistero, ulteriormente accresciuto dalla scrittura polifonica. Nell’Adagio, attraversato da un lirismo raccolto e da una sottile malinconia crepuscolare, il clarinetto assume un ruolo assolutamente centrale. Incantevole è il suo canto quando si abbandona a una fantasia rapsodica di ascendenza zigana, elemento che stava particolarmente a cuore a Brahms.
L’elemento lirico prosegue nei movimenti successivi. Nel terzo movimento, Andantino, le sezioni esterne si fondano su un tema cantabile in re maggiore; nella sezione centrale, Presto non assai, ma con sentimento, costruita in forma-sonata, lo stesso tema, trasposto nella tonalità parallela di si minore, assume un carattere inquieto e scherzoso.
Il finale, Con moto, consiste in una serie di variazioni su un tema costruito attorno all’intervallo di quarta diminuita. Lo stesso intervallo, già determinante nel primo movimento, riappare nelle battute finali, suggellando l’unità ciclica dell’intera composizione.
Vengono alla mente le parole che Brahms scrisse a Clara Schumann tre anni più tardi. Dopo aver completato una raccolta di canti popolari tedeschi, che divenne una sorta di “testamento spirituale”, il compositore osservò che essa si concludeva con la stessa melodia presente nella sua Sonata per pianoforte n. 1 in do maggiore op. 1: «Bisogna immaginare un serpente che si morde la coda… la storia è finita, il cerchio si è chiuso». Un analogo «chiudersi del cerchio» si realizza anche nel Quintetto per clarinetto e archi op. 115. Il materiale tematico che apre l’opera ritorna infatti trasfigurato nelle battute conclusive, come un ricordo che riaffiora dopo un lungo viaggio. Il percorso musicale si richiude così su se stesso, in una delle più alte espressioni dell’arte tarda di Brahms, dove memoria, nostalgia e compimento si fondono in un unico gesto poetico.
Brani tradizionali klezmer per clarinetto e archi
note di sala a cura di Valerij Voskobojnikov

